L'Italia degli ultimi anni ha mostrato una resilienza che “ha sorpreso molti osservatori”, ma la fotografia scattata dal governatore della Banca d'Italia Fabio Panetta nella prolusione per l'inaugurazione dell'anno accademico 2025-26 dell'Università di Messina è chiara: i segnali di miglioramento non bastano se restano irrisolti i nodi strutturali—produttività stagnante, demografia in caduta e un sistema che fatica a trasformare conoscenza e ricerca in innovazione e salari. 

Un'economia più solida, ma la crescita si è già indebolita
Il punto di partenza del discorso è in chiaroscuro. Da un lato, nel quinquennio 2020-24 l'Italia ha tenuto ritmi di crescita migliori del decennio precedente e allineati alla media dell'area euro, con occupazione ai massimi storici e un sistema bancario oggi “solido, ben capitalizzato e redditizio”. 

Colpisce in particolare la dinamica del Mezzogiorno: dopo la pandemia il Pil delle regioni meridionali è cresciuto di quasi l'8%, oltre due punti più del Centro-Nord; in termini pro capite l'aumento supera il 10%, mentre l'occupazione è salita del 6%, più del doppio rispetto alle regioni centro-settentrionali. Segnali che riaprono, almeno in prospettiva, il dossier della convergenza territoriale interrotta da mezzo secolo. 

Dall'altro lato, Panetta avverte che “la crescita si è recentemente indebolita”, frenata da tensioni geopolitiche e frammentazione del commercio mondiale, mentre la domanda interna non riesce a diventare un motore stabile. Il rischio è tornare a una traiettoria di “crescita modesta” che rende di nuovo centrali le debolezze storiche del Paese. 

Salari: due decenni di stagnazione e lo shock dei prezzi
La diagnosi è netta: produttività ferma “da un quarto di secolo” e capacità di innovare distante dai Paesi di frontiera tecnologica si traducono in redditi e salari deboli, soprattutto per donne e giovani. Dal 2000, ricorda Panetta, i salari orari reali in Italia sono rimasti pressoché fermi, mentre sono cresciuti del 21% in Germania e del 14% in Francia. 

Lo shock inflazionistico post-crisi energetica ha aggravato il quadro: rispetto al 2019 i prezzi al consumo risultano più alti del 20%, a fronte di retribuzioni nominali salite del 12%, con una perdita reale pari a 8 punti percentuali (nei principali Paesi europei, osserva, l'erosione iniziale è stata invece riassorbita). In Italia la combinazione di sgravi fiscali e aumento degli occupati ha tamponato l'urto: dal 2021 gli sgravi hanno spinto le retribuzioni nette di circa 5 punti, riducendo la perdita reale a 3; considerando anche trasferimenti pubblici e maggiore numero di percettori di reddito, il reddito reale disponibile delle famiglie è tornato sui livelli pre-shock. Ma Panetta avverte: non può diventare una strategia permanente, perché i margini di bilancio sono limitati.

Il messaggio politico-economico è implicito ma forte: salari più alti e durevoli richiedono produttività in crescita e una ripartizione dei benefici che non lasci indietro il lavoro. 

Il “vincolo demografico”: meno lavoratori, più pressione su welfare e famiglie
Il cuore della prolusione è la demografia. Panetta definisce “cruciale” il vincolo di un Paese che invecchia rapidamente: secondo le proiezioni richiamate nel testo, entro il 2050 l'Italia perderà oltre 7 milioni di persone in età lavorativa; anche ipotizzando più partecipazione al lavoro, l'Istat stima un calo delle forze di lavoro di oltre 3 milioni. Senza un aumento adeguato della produttività, lo squilibrio demografico si tradurrà inevitabilmente in meno Pil e meno benessere.

Sul fronte natalità, i numeri sono altrettanto severi: nel 2024 i nuovi nati sono scesi a 370 mila (minimo dal dopoguerra) e i dati preliminari indicano un 2025 potenzialmente ancora più basso; il tasso di fecondità nel 2024 è al minimo storico di 1,18 figli per donna.

Le scelte di genitorialità—sottolinea—risentono di fattori culturali ed economici (autonomia, carriera, casa), ma in Italia pesano in modo specifico carenza di servizi per l'infanzia, instabilità lavorativa dei giovani e squilibrio nei carichi di cura che grava soprattutto sulle donne. 

Le politiche “ad alto rendimento”: asili, lavoro femminile, sostegni mirati
Qui Panetta mette in fila una tesi centrale: le politiche per natalità e capitale umano sono investimenti “ad alto rendimento sociale”, ma richiedono coerenza e continuità perché i risultati emergono nel medio-lungo periodo. I servizi educativi per la prima infanzia sono citati come leva chiave: migliorano i percorsi dei bambini e facilitano la partecipazione di entrambi i genitori al mercato del lavoro. E soprattutto, ribalta un luogo comune: occupazione femminile e fecondità non si escludono, anzi possono rafforzarsi (il caso Francia è richiamato esplicitamente).

Panetta riconosce le misure adottate negli ultimi anni—bonus asili nido, assegno unico universale, decontribuzione per madri con più figli, estensione dei congedi parentali—ma insiste sul “molto” che resta da fare, a partire dal potenziamento della rete degli asili nido, compatibilmente con un percorso di bilancio che non comprometta la riduzione del disavanzo. Il passaggio più eloquente è controfattuale: se dagli anni Novanta la fecondità italiana fosse rimasta su livelli simili a quelli francesi, oggi avremmo 75 mila nascite in più ogni anno. 

Università, ricerca e innovazione: eccellenza scientifica, debolezza nel “trasferimento”
Dal vincolo demografico discende la necessità di una crescita trainata dalla produttività. E qui l'università torna protagonista. Panetta rivendica risultati “eccellenti” della ricerca di base: negli ultimi quindici anni la produzione scientifica nazionale è aumentata e quella di qualità più elevata (misurata dalle citazioni) risulta superiore a quella della Francia e non distante dalla Germania.

L'anello debole è il trasferimento tecnologico: trasformare ricerca in processi innovativi, brevetti, prodotti e servizi competitivi. L'obiettivo, anche richiamando la lezione di Joel Mokyr, è rafforzare l'incontro tra conoscenza scientifica e competenze tecniche.

A frenare, però, c'è anche un sottoinvestimento pubblico nell'istruzione: in Italia la spesa pubblica destinata all'istruzione è sotto il 4% del Pil, quasi un punto in meno della media Ue; metà del divario è attribuita al minore investimento nell'università, con una peculiarità che Panetta definisce anomala nel confronto europeo: la spesa pubblica per studente universitario è significativamente inferiore a quella per studente delle scuole superiori, mentre altrove tende a crescere con il livello di istruzione. 

Il rendimento della laurea e la fuga di talenti
Il discorso si chiude su un tema che tocca insieme imprese, giovani e competitività: il rendimento privato dell'università in Italia è basso, e questo alimenta l'emigrazione dei laureati. Oggi la quota di giovani con titolo universitario è salita al 30%, ma resta sotto Germania (-10 punti) e Francia (-20); un iscritto su quattro abbandona prima della laurea e l'età media di conseguimento è 24 anni e mezzo. 

Soprattutto, il premio salariale è ridotto: un laureato trentenne guadagna “solo” il 20% in più di un coetaneo diplomato, molto meno che negli altri Paesi europei. 

Da qui la fuga: negli anni recenti circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all'estero, con incidenze più alte tra ingegneri e informatici; e i differenziali retributivi sono enormi (un giovane laureato in Germania guadagna in media l'80% in più di un coetaneo italiano; in Francia il 30% in più).

Il paradosso è che l'Italia non compensa l'uscita con un flusso equivalente in entrata: è tra i principali Paesi quello con la quota più bassa di immigrati laureati, mentre anche la capacità di attrarre studenti internazionali è limitata (in Italia meno del 5% del totale, contro oltre il 10% in Francia e Germania). Messina—dove Panetta parla—fa eccezione con il 10% di iscritti internazionali, indicata come esperienza da valorizzare. 

La conclusione: una responsabilità collettiva, compatibile con la prudenza di bilancio
Panetta lega il filo: famiglia e istruzione sono leve complementari per crescita e giustizia sociale. Ma l'invito finale è doppio: avviare e rendere continui investimenti “ad alto rendimento” (natalità, servizi, università, trasferimento tecnologico), e farlo gradualmente senza mettere a rischio i progressi sulla sostenibilità dei conti e sulla riduzione del costo del debito. Il capitale umano—chiude—non è solo una scelta individuale: è una responsabilità collettiva. 

E qui sta il punto politico che la prolusione lascia sul tavolo: Panetta elenca con precisione chirurgica le urgenze—denatalità, salari reali erosi, fuga di laureati, trasferimento tecnologico che non decolla—e indica anche gli strumenti: servizi per l'infanzia, lavoro femminile, investimenti in università e innovazione, politiche di lungo periodo.

Ma il governo Meloni, finora, ha scelto l'approccio più comodo e meno efficace: interventi frammentari, bonus e ritocchi, molta comunicazione e poca architettura. Si rinvia ciò che non porta consenso immediato e si galleggia sull'emergenza permanente, come se il tempo fosse neutrale. Non lo è: ogni anno perso nella costruzione di asili, nella qualità dell'istruzione terziaria, nella ricerca che diventa impresa, è un pezzo di futuro che non si recupera.