C'è un dettaglio che in questi giorni sembra essere stato accuratamente rimosso dalla narrazione costruita attorno a Mario Roggero. Un dettaglio che non riguarda la tragica sparatoria di Grinzane Cavour del 28 aprile 2021, ma dice molto sulla figura dell'uomo che oggi una parte della politica italiana vorrebbe trasformare in simbolo della legittima difesa e perfino in candidato alla grazia presidenziale.

Nel 2005 Roggero non era un tranquillo commerciante che aveva semplicemente subito una rapina. Secondo quanto emerge dalle ricostruzioni giudiziarie e giornalistiche, si presentò armato a casa dell'allora fidanzato della figlia, aggredendolo e minacciando lui e i suoi familiari. Il procedimento si concluse con un patteggiamento. Dopo quell'episodio non disponeva più del porto d'armi, pur continuando a detenere legittimamente una pistola all'interno della propria gioielleria. È un fatto che la giustizia aveva già avuto occasione di conoscere il suo rapporto con la violenza e con l'uso delle armi molto prima di quella mattina di aprile del 2021.

È un elemento che cambia radicalmente la prospettiva. Perché smonta la favola del cittadino qualunque costretto, una sola volta nella vita, a compiere un gesto disperato. L'immagine restituita dagli atti è molto più complessa e certamente meno rassicurante di quella che oggi viene proposta nelle piazze, sui social e perfino nelle sedi istituzionali.

Eppure, mentre i giudici hanno impiegato cinque anni, tre gradi di giudizio e migliaia di pagine di motivazioni per accertare che Roggero inseguì i rapinatori ormai in fuga, uscì dal negozio senza alcun titolo per portare con sé l'arma sulla pubblica via e sparò fino a ucciderne due e a ferire gravemente il terzo, una parte consistente della maggioranza continua a raccontare una storia completamente diversa.

Il caso più emblematico è quello del vicepremier Matteo Salvini.

«In tanti, in tantissimi stiamo con Mario Roggero», scrive il leader della Lega, definendolo «un padre, un nonno, un marito e un lavoratore per una vita» condannato soltanto per aver reagito a una rapina. Una sentenza che, secondo Salvini, sarebbe «profondamente ingiusta». Non basta. Il vicepremier promette di «allargare ancora di più il sacrosanto diritto alla legittima difesa» e di modificare ulteriormente la legge, eliminando persino il diritto dei familiari delle vittime a chiedere il risarcimento dei danni.

Ancora più significativa è la conclusione del suo appello: «Per Mario farò tutto il possibile perché gli venga concessa la grazia. Una grazia per un uomo onesto, che a 72 anni non merita di condividere una cella con dei veri criminali».

In un secondo intervento Salvini rincara la dose: «Questa per me non è giustizia. Conto che l'intero centrodestra si faccia promotore della richiesta di grazia. In galera ci devono stare i delinquenti veri, non quelli che si difendono da un'aggressione».

Sono parole allucinanti, che finiscono inevitabilmente per sovrapporre una valutazione politica a una vicenda definitivamente giudicata nelle aule di giustizia.

Perché Roggero non è stato condannato per essersi difeso durante la rapina. È stato condannato perché, secondo i giudici di primo grado, d'appello e di Cassazione, la legittima difesa era cessata quando i rapinatori stavano ormai fuggendo. Da quel momento l'inseguimento e gli spari non erano più coperti dall'esimente prevista dall'ordinamento. È questa la ricostruzione consacrata da tre gradi di giudizio. Si può non condividerla. Si può persino ritenere che il Parlamento debba cambiare la legge per il futuro. Ma trasformare quella sentenza in una semplice persecuzione giudiziaria significa cancellare il lavoro della magistratura e ridurre la giurisdizione a un ostacolo politico da aggirare.

La vicenda ha assunto poi un profilo istituzionale ancora più delicato. Dopo il duro richiamo del Presidente della Repubblica, che ieri ha ricordato al ministro della Giustizia e indirettamente a Giorgia Meloni che l'aveva sostenuta, come la grazia sia una prerogativa costituzionalmente riservata al Capo dello Stato e non un'iniziativa del Governo, oggi è arrivata la richiesta formale di grazia presentata dalla moglie di Roggero, immediatamente sostenuta e rilanciata dagli stessi esponenti politici che da giorni conducono una campagna pubblica in suo favore.

Naturalmente la moglie ha tutto il diritto di chiedere la grazia per il marito. È uno strumento previsto dall'ordinamento. Ciò che suscita inquietudine è il contesto politico nel quale quella richiesta viene inserita: una pressione pubblica costante sul Quirinale, accompagnata dalla rappresentazione di Roggero come vittima dello Stato e della magistratura, quando la pena non è ancora stata neppure iniziata a scontare.

La grazia, nella tradizione costituzionale italiana, rappresenta un istituto eccezionale, destinato a situazioni altrettanto eccezionali. Non è un quarto grado di giudizio. Non serve a correggere sentenze ritenute politicamente sgradite. Né può diventare il rimedio ordinario ogni volta che una parte della maggioranza non condivide una decisione definitiva della magistratura.

Ed è forse questo l'aspetto più inquietante dell'intera vicenda.

Da giorni ministri della Repubblica, parlamentari e leader di maggioranza descrivono come ingiusta una sentenza definitiva pronunciata dopo tre gradi di giudizio, trasformano un condannato per duplice omicidio volontario in un simbolo politico e chiedono al Presidente della Repubblica di neutralizzare gli effetti della decisione dei giudici attraverso un atto di clemenza eccezionale.

È una dinamica che va ben oltre il caso Roggero. Riguarda il rapporto tra potere politico e Stato di diritto.

Una democrazia liberale vive dell'equilibrio tra poteri dello Stato. Il Parlamento fa le leggi. Il Governo le applica. I giudici le interpretano e le fanno rispettare. Quando invece si afferma l'idea che una sentenza definitiva valga soltanto se coincide con la convenienza politica del momento, quel delicato equilibrio comincia inevitabilmente a incrinarsi.

Ed è proprio questo che dovrebbe preoccupare, molto più della vicenda individuale di Mario Roggero. Perché il problema non è soltanto "Nonno pistola". Il problema sono i suoi epigoni istituzionali, pronti a trasformare un caso giudiziario in una battaglia ideologica permanente, fino a mettere in discussione i principi fondamentali dello Stato di diritto ogni volta che una sentenza non coincide con le proprie aspettative politiche.