Deloitte, in 2024 investiti in Italia 4,8 mld in rete, 86% per transizione*
Nel 2024 gli investimenti nella rete di distribuzione, abilitatrice della transizione, in Italia hanno superato quota 4,8 miliardi di euro. Di questi, oltre l'86% (pari a quasi 4,2 miliardi di euro) è stato destinato ad aumentare la capacità e l’“hosting capacity” per nuovi impianti rinnovabili per la transizione energetica.
In più, in base ai piani già presentati, le spese per le reti saranno superiori ai 4 miliardi anche per il 2025 e 2026. È quanto emerge da un report di Deloitte.
Nel dettaglio, l’anno scorso, la produzione nazionale di energia elettrica ha toccato i 261 TWh, in leggero aumento rispetto al 2023 (+2,5%). In questo contesto, le fonti rinnovabili hanno raggiunto il 49% della produzione elettrica nazionale, con una forte crescita rispetto al 2023 (+14,2%), mentre le fonti fossili hanno coperto il restante 51% (contro il 56% del 2023 e il 64% del 2022). Nonostante l'accelerazione della decarbonizzazione, la dipendenza dall’estero però non è ancora calata: le importazioni nette hanno coperto il 16,3% del fabbisogno elettrico nazionale (pari a 51 TWh su un totale di 312 TWh), registrando un incremento annuo del 4,7% tra il 2020 e il 2024.
Si tratta di un'inversione di tendenza rispetto ai cali osservati tra il 2015 e il 2019 (-3,8% annuo)." Il 42% dell’import arriva dalla Francia - spiega Claudio Golino, Partner ed Energy, Resources & Industrials Industry Leader di DELOITTE - che ha un mix di generazione molto accentuato sul nucleare e questo rende attuale la necessità di un confronto sulle condizioni per un eventuale ritorno del nucleare in Italia”.
Le reti di distribuzione, secondo alcuni operatori di rete intervistati da DELOITTE (Enel, Eni Plenitude, Edison, Erg, Hera, Iren, Dolomiti Energia ed E.On), saranno fondamentali per la transizione. In Italia, Terna ha già programmato interventi sulla rete di trasmissione per 23 miliardi nel decennio 2025-2034. Tuttavia, la sfida riguarda anche gli effetti del cambiamento climatico, non solo la tecnologia.
Più di un terzo degli investimenti è oggi orientato alla protezione contro eventi meteorologici estremi, che nel solo 2024 hanno toccato quota 351 (quasi 200 nel Nord Italia). Per avere un'idea più precisa, nel triennio 2022–2024 sono stati oltre 1.000, con un incremento del 63% rispetto al triennio precedente e del 245% rispetto al triennio 2016–2018. In più c'è la questione della digitalizzazione delle reti per cui gli operatori hanno stanziato circa il 6% degli investimenti complessivi.
Le smart grid sono infatti considerate "un passaggio chiave per migliorare l’affidabilità del sistema, ridurre le perdite, ottimizzare l’equilibrio tra domanda e offerta e favorire l’integrazione delle fonti rinnovabili". Un'altra sfida è rappresentata dal mercato, dove con la fine delle tutele il 78% dei clienti luce e l’86% di clienti gas è passato al mercato libero. Questo ha reso gli utenti "meno fedeli", con i tassi di abbandono del fornitore nell’elettrico superiori al 25%, soprattutto nel contesto delle nuove sottoscrizioni online che rimangono comunque poche (pari ad appena il 9,5% del totale di quelle luce).
Secondo Deloitte, la trasformazione del settore energetico potrà avvenire solo se le utility terranno conto di alcuni fattori abilitanti da sviluppare, come le tecnologie verdi, l'AI e i talenti necessari a guidare e governare il cambiamento. Ecco allora che di fronte a questi dati assume ancora più rilevanza la nuova misura transizione 5.0 varata dal Mimit ed inserita in legge di bilancio, che prevede semplificazioni rispetto al passato.
Arriva, infatti, per le imprese la possibilità di ammortizzare al 180% gli investimenti in innovazione digitalizzazione ed energia, con la possibilità di arrivare al 220% per gli importi finalizzati alla realizzazione di obiettivi di transizione ecologica con riduzione dei consumi energetici. I due meccanismi sono previsti dalla norma pro-imprese, inserita nel testo della manovra. L'agevolazione, definita 'nuova transizione 5.0', è di fatto un iperammortamento che cala in base al valore degli investimenti ma supera i vincoli del green Deal che ne avevano limitato l'applicazione ai settori energivori, spingendo così con un'extra deduzione obiettivi di risparmio energetico ma anche investimenti in autoproduzione da fonti rinnovabili, compresi gli impianti di stoccaggio.