Salute

Il vicolo cieco del diritto alla Salute: la drammatica analisi di Salutequità

I dati ufficiali della Piattaforma Nazionale gestita da Agenas, analizzati a giugno 2026 dall'Osservatorio di Salutequità, certificano il collasso del Servizio Sanitario Nazionale sul fronte dei tempi di attesa.

A due anni dall’approvazione della Legge sulle liste di attesa, le evidenze numeriche smentiscono la retorica dei miglioramenti lineari, svelando un Paese spaccato in due e un diritto alla cura garantito solo a una minoranza della popolazione.

 La mappa del fallimento è tutta nei dati regionali. Il Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa (PNGLA) stabilisce una soglia di garanzia chiara: le Regioni devono rispettare i tempi massimi stabiliti per i codici di priorità in almeno il 90% dei casi.

L'analisi dei primi cinque mesi del 2026 (gennaio-maggio) mostra uno scenario drammatico:

Prime Visite Specialistiche: Solo due Regioni superano la soglia del 90% per le classi B (Breve, 10 giorni), D (Differita, 30 giorni) e P (Programmata, 120 giorni). Adempienti: Basilicata e Marche. Quasi adempienti: Il Veneto (sottosoglia solo per la classe D) e il Lazio (adempiente solo sulla classe P).
In forte sofferenza: Puglia, Umbria, Sicilia, Sardegna, Abruzzo, Friuli-Venezia Giulia e la Provincia Autonoma di Trento si posizionano a distanze siderali dagli standard di legge.

Esami Diagnostici e Strumentali:  Anche sul fronte della diagnostica la soglia del 90% resta un miraggio per quasi tutto il Paese. Adempienti: Solo Basilicata e Veneto.
Inadempienti:  Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Campania, Sardegna. In forte sofferenza: Umbria, Sicilia, Puglia, PA di Trento, Friuli-Venezia Giulia e Abruzzo.

Il dato complessivo sulla popolazione è la fotografia più nitida di questo fallimento sistemico: appena l'11,64% dei cittadini italiani (circa 6,8 milioni di persone) vive in territori capaci di garantire i tempi massimi di legge.
Per il restante 88,36%, il diritto alla salute è subordinato al codice postale.

 L'analisi scorpora i dati per branche specialistiche, mostrando come il SSN riesca a reggere l'impatto quasi esclusivamente sulle patologie tempo-dipendenti più gravi:

Solo l'Area Oncologica è l'unico ambito strutturalmente adempiente a livello nazionale, con una media di rispetto dei tempi pari al 95,9%.
Dermatologia e Allergologia crollano al 61,8% di casi gestiti nei tempi di legge, Oculistica si ferma al 66,6%, Urologia raggiunge appena il 68,7%.

Salutequità evidenzia come i dati della Piattaforma Nazionale, per quanto preziosi, presentino forti limiti strutturali che rischiano di nascondere una realtà ancora più grave.

Infatti, il monitoraggio di Agenas si basa su appena 55 prestazioni ambulatoriali e diagnostiche su un totale di 2.108 incluse nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza). La piattaforma traccia quindi solo il 2,61% di ciò che lo Stato dovrebbe garantire. Ad esempio, cardiologia, nefrologia, endocrinologie, epatologia non sono monitorate.

Inoltre, esistono forti squilibri nella classificazione delle priorità da parte dei medici prescrittori. In Basilicata (Regione formalmente adempiente), ben l'85% delle prenotazioni viene inserito in Classe P (fino a 120 giorni di attesa). Per fare un confronto, in Emilia-Romagna la classe P rappresenta l'8,8% delle prenotazioni e in Toscana il 7,8%. Questo sbilanciamento alleggerisce la pressione sui codici urgenti e brevi, migliorando artificialmente le statistiche di adempienza.

Il blocco delle liste d'attesa genera quella che gli esperti definiscono malasanità da omissione o da ritardo terapeutico. Quando il servizio pubblico non risponde nei tempi previsti dalla legge, il cittadino si trova davanti a un bivio: o rinuncia alle cure oppure spende out-of-pocket.

Il report non si limita alla denuncia, ma traccia le linee guida necessarie per rendere la Piattaforma Nazionale uno strumento di vera trasparenza e non un mero archivio statistico: i dati sulle liste d'attesa devono concorrere direttamente alla valutazione istituzionale delle Regioni tramite il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG), che oggi contiene un solo indicatore sul tema.
Tale indicatore si limita a fare una media matematica astratta che non fotografa la reale raggiungibilità dei servizi sul territorio e si presta ad alterazioni statistiche (come l'eccesso di Classe P visto in Basilicata).

Soprattutto, non esiste ad oggi alcun indicatore "core" legato ai Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA), cioè la presa in carico di malattie croniche e di malattie rare.
Oggi, se un malato cronico o raro ha bisogno di una visita di controllo in nefrologia o gastroenterologia, deve rimettersi in coda come un cittadino qualsiasi che fa una prima visita. L'inserimento dei PDTA nel sistema di valutazione costringerebbe le Regioni a garantire a questi pazienti una "corsia preferenziale" programmata, eliminando del tutto il passaggio dalla lista d'attesa ordinaria.

Inoltre, tra i punti ciechi evidenziati da Salutequità ci sono i "percorsi di tutela" (i sistemi salta-code che permettono al cittadino di fare la visita in privato a carico del ticket pubblico se i tempi massimi sono superati), per i quali la piattaforma dovrà almeno monitorarne l'attivazione, dato che oggi non esiste traccia o dato pubblico.

Insomma, un collo di bottiglia invisibile che si restringe sempre di più.
Ma cosa accadrebbe se avvenisse uno sblocco reale del monitoraggio digitale con l'applicazione effettiva dei percorsi e delle priorità?

In termini di gestione ospedaliera e specialistica ambulatoriale, sarebbe l'avvento della 'normalità' e della 'semplificazione'. L'impatto ricadrebbe 'solo' sui tanti Centri per le cronicità o le malattie rare che finora non hanno sviluppato e attuato un PDTA (percorso), che - perdurando - li vedrebbe esposti a precise responsabilità.
E' di giugno scorso la sentenza n. 232 della Corte dei Conti (Sentenza , Giugno 2026) in cui i Giudici hanno ribadito i confini della responsabilità erariale del medico in caso di malpractice, che risponde personalmente dei danni economici causati all'ospedale per via di condotte materiali negligenti.

Il vero impatto di un sistema di LEA -Recup -PDTA efficiente andrebbe però a ricadere sui MMG.  Se l'ospedale si automatizza e si "blinda" dietro i PDTA (Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali) e i criteri di appropriatezza, lo studio del MMG cessa di essere un "ammortizzatore sociale" e si trasforma in un imbuto normativo. 

Viceversa, la transizione verso ricette dematerializzate avanzate, fascicolo sanitario elettronico interconnesso e telemedicina ha già messo in crisi la fascia più anziana dei MMG. Un sistema a blocchi di priorità richiede un'interazione uomo-macchina complessa, dove il codice di priorità deve coincidere con la codifica ICD-9/10 della patologia.

Con l'efficientamento del Nuovo Sistema di Garanzia (NSG), accadrà che verranno bloccate le prescrizioni fuori percorso, che spesso assecondano l'ansia del paziente o servono come scorciatoia clinica, bypassando lo specialista.
Se il sistema bloccasse queste richieste, il medico si troverebbe nell'impossibilità tecnica di emettere la ricetta senza inserire i parametri bio-umorali o strumentali e/o le indicazioni specialistiche previste dal percorso.

Soprattutto, oggi come oggi, orientarsi nei PDTA richiede la capacità di gestire continui aggiornamenti di linee guida digitalizzate. Per un professionista non abituato al continuo audit clinico, l'obbligo di conformità si traduce in un blocco operativo o in un aumento esponenziale degli errori formali (ricette respinte dal sistema di controllo centralizzato).

Con un sistema tracciato, inoltre, emerge la responsabilità diretta del "mancato inserimento", tipica di qualsiasi operatore, infimo o apicale che sia: se il MMG non inserisce il paziente nel PDTA corretto, la responsabilità del ritardo diagnostico si sposta interamente sul suo studio.

Dulcis in fundo, il gap con i medici ospedalieri di nuova generazione, che non riguarda solo la Medicina Generale ma anche le carriere del Sistema Ospedaliero.

Con le riforme di fine Secondo Millennio è accaduto che gli ospedalieri under 45 sono stati formati negli studi universitari secondo i criteri della Clinical Governance e della medicina basata sulle prove, oltre ad essere almeno in parte nativi digitali.

Il disallineamento culturale tra un ospedaliero under 45 che applica il protocollo e il collega di reparto laureatosi con il Vecchio Ordinamento è già notevole, figurarsi con un MMG anziano che prescrive secondo criteri tradizionali: questo genererebbe inevitabilmente un corto circuito comunicativo, con il MMG progressivamente isolato dai flussi di cura della rete aziendale.

La conseguenza più plausibile non sarebbe la riqualificazione (complessa e tardiva a pochi anni dalla pensione), ma un accelerato esodo pensionistico anticipato.
Molti professionisti sceglierebbero di anticipare l'uscita dal convenzionamento pur di non subire lo stress di una trasformazione burocratica e sanzionatoria per la quale non hanno gli strumenti culturali.

La domanda è:  se non c'è chi li sostituisce e se continuano a scalare le gerarchie ... è meglio attendere ancora per l'aggiornamento del  Nuovo Sistema di Garanzia (ndr. per l'Erario e per i cittadini) oppure è il caso - addirittura - di accelerare i tempi?
 

Autore scienzenews
Categoria Salute
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