Crescono gli occupati, cala la disoccupazione, ma l’Italia arranca. Gli stipendi restano nove punti sotto il livello del 2019. I giovani fuggono all’estero. I pensionati continuano a lavorare. E chi non ce la fa, si arrangia o fa le valigie. Il XXIV° Rapporto Annuale dell’INPS offre una fotografia lucida e impietosa di un Paese in equilibrio instabile, dove il lavoro c’è ma non basta più a garantire dignità, sicurezza o futuro.

Per capire cosa si nasconde dietro questa apparente ripresa, abbiamo incontrato il Dottor Gregorio Scribano, una delle voci più lucide e critiche nel panorama italiano. Fondatore del giornalismo partecipativo in Italia, esperto di comunicazione e digital media, Scribano ha dedicato la sua carriera ad analizzare il legame profondo tra società, economia e narrazioni. È un opinionista politico sempre attento alle problematiche economiche dei lavoratori, ai temi del precariato, delle pensioni, del welfare in crisi.

Nei suoi numerosi articoli e interventi – da riviste specializzate fino ai blog indipendenti che ancora oggi alimentano un dibattito più vivo e meno ingessato – Scribano ha spesso denunciato il divario crescente tra dati macroeconomici e vissuti reali.
Lo abbiamo intervistato per analizzare, punto per punto, cosa davvero ci racconta questo Rapporto INPS e come possiamo uscire da una crisi che, più che economica, sembra ormai culturale e sistemica.

Dottor Scribano, l’ultimo rapporto dell’INPS racconta di un’Italia con un record di occupati e una disoccupazione ai minimi, ma anche di stipendi che non recuperano l’inflazione, giovani che fuggono e pensionati che restano a lavorare. Come si tiene insieme questo paradosso?

Si tiene insieme male, direi. È la fotografia nitida di un Paese che ha smesso di pianificare a lungo termine. Abbiamo numeri apparentemente positivi sull’occupazione, ma sotto c'è una fragilità strutturale che pesa su tutto il sistema: lavoro povero, precario, part-time involontario, retribuzioni reali in calo. L’occupazione cresce, sì, ma non migliora la vita delle persone. Ecco il paradosso: lavoriamo di più, andiamo in pensione più tardi e con meno soldi, e viviamo peggio.

E i giovani? Crescono nel mercato interno, ma intanto scappano all’estero. Cosa dice questo al sistema Paese?

Dice che non basta creare “posti” di lavoro: bisogna creare prospettive. Il fatto che nel 2024 oltre 113mila under 40 abbiano lasciato l’Italia per cercare altrove ciò che qui non trovano – tutele, stipendi adeguati, meritocrazia – è un fallimento culturale, prima che economico. E se perdiamo le nuove generazioni, perdiamo la possibilità di rigenerare il nostro tessuto produttivo e sociale.
Non dimentichiamoci che in un mercato globale le competenze viaggiano, e se non le valorizziamo qui, lo faranno altrove.

L’INPS registra una crescita dei lavoratori under 34, ma anche una presenza forte di pensionati che continuano a lavorare. Come si spiegano questi due fenomeni, apparentemente opposti?

Sono due facce della stessa medaglia. Da un lato, ci sono giovani che entrano nel mercato con contratti fragili, bassi salari, nessuna garanzia. Dall’altro, pensionati – spesso con lunghe carriere alle spalle – che restano attivi, raramente per passione, ma perchè costretti dalle attuali leggi sulla speranza di vita e l'età pensionabile a lavorare fino a 67 anni e tre mesi, e più spesso per necessità.
Il fatto, poi, che quasi il 9% dei pensionati lavori ancora un anno dopo il ritiro dall'attività è significativo. La pensione, soprattutto se bassa, non basta più. E in molti casi non si riesce a mollare. Ma è anche un segnale di un sistema che non riesce a valorizzare il passaggio generazionale.

Gli stipendi sono cresciuti dell’8,3% in cinque anni, ma l’inflazione del 17,4%. Una perdita secca di potere d’acquisto. Dove si è inceppato il meccanismo della contrattazione salariale in Italia?

Si è inceppato nel momento in cui la contrattazione è diventata discontinua, frammentata e incapace di tenere il passo con l’evoluzione del costo della vita. Il lavoro è diventato un costo da comprimere, non un motore di sviluppo.
Siamo fermi a una cultura del lavoro che si basa su tagli, precarietà e incentivi a pioggia, invece di puntare sulla qualità. Chi ha un contratto stabile e a tempo pieno riesce a stare a galla. Ma parliamo solo del 45% dei lavoratori. Il resto è sottopagato, discontinua o vive nel limbo del part-time involontario. È lì che si consuma la vera emergenza sociale.

Parliamo delle donne, soprattutto madri: il rapporto evidenzia forti penalizzazioni sia salariali che occupazionali. Un altro anello debole del sistema?

Anello debole e vergogna nazionale, direi. Le donne – e in particolare le madri – sono ancora oggi il segmento più sacrificato del mercato del lavoro. A ogni figlio, lo stipendio cala e la probabilità di uscire dal mercato aumenta, soprattutto nel privato.
Il fatto che il 92% dei padri non utilizzi i congedi parentali dimostra che siamo ancora lontani da una reale parità. È un tema culturale, certo, ma anche politico: servono misure più incisive, premianti e obbligatorie. Altrimenti continueremo a perdere un’enorme fetta di talento femminile.

Il rapporto tocca anche il fenomeno dei 'pensionati expat'. Sempre più persone lasciano l’Italia in pensione per vivere all’estero. Cosa racconta questo esodo?

Racconta che il nostro sistema non è attrattivo nemmeno per chi ha già lavorato una vita qui. I pensionati vanno in Portogallo, Spagna, Albania, perfino Tunisia, perché cercano un fisco più leggero, una sanità più accessibile, un clima migliore, una qualità della vita più alta.
È un campanello d’allarme. Non solo perdiamo giovani, ma non tratteniamo nemmeno gli anziani. Dovremmo chiederci: cosa stiamo offrendo, come Paese, a chi ha già dato? La risposta oggi è: troppo poco.

Un’ultima domanda su una proposta recente, discussa dal sottosegretario Claudio Durigon: consentire ai lavoratori di anticipare la pensione usando il proprio Tfr. Lei ha trattato spesso questo tema: è una strada percorribile?

Tecnicamente è percorribile, ma socialmente rischia di diventare un boomerang. Il Tfr non è un bancomat dello Stato. È un risparmio dei lavoratori, spesso l’unico patrimonio liquido su cui contare al termine della carriera.
Utilizzarlo per anticipare l’uscita dal lavoro può avere senso per chi ha un Tfr cospicuo e pensioni basse, ma va regolato con estrema attenzione. Il pericolo è quello di trasferire il problema dal sistema previdenziale al singolo cittadino. In un Paese dove quasi metà dei lavoratori ha contratti discontinui o part-time, molti rischierebbero di bruciare quel poco che hanno, pur di uscire da un mercato che non li tutela più. È una scorciatoia, non una riforma. E noi abbiamo bisogno di riforme strutturali, non di escamotage.

Se dovesse dare un consiglio – solo uno – al legislatore che oggi legge il rapporto INPS, quale sarebbe?

Ascoltare la realtà, non solo i numeri e le statistiche. Perché i numeri mentono, se non si capisce cosa c’è dietro. E dietro c’è un Paese che lavora, sì, ma che fa fatica ad arrivare a fine mese e che non sogna più. E quando un Paese smette di sognare, inizia il suo declino.