La Campania non è stata semplicemente abbandonata: è stata sacrificata per convenienza, una convenienza che per decenni ha favorito camorra, criminalità organizzata e reti imprenditoriali disposte a pagare per smaltire illegalmente ciò che non poteva essere smaltito altrove.
È in questo intreccio di affari, omissioni e silenzi che intere aree della regione sono diventate un laboratorio di impunità, un territorio dove interrare, bruciare, sversare e avvelenare era non solo possibile, ma economicamente vantaggioso. Non un incidente, non una fatalità: un sistema parallelo che ha trasformato la Campania in un hub nazionale dello smaltimento illecito dei rifiuti industriali.
Secondo le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia e della Commissione Parlamentare sul ciclo dei rifiuti, dagli anni ’80 in poi la camorra ha gestito un traffico di rifiuti tossici del valore stimato tra i 600 milioni e 1 miliardo di euro l’anno. Le aziende del Nord pagavano per liberarsi di fanghi industriali, solventi, scarti chimici, metalli pesanti. La criminalità incassava. Il territorio assorbiva. Le modalità erano sempre le stesse: interramento in cave dismesse, sversamenti notturni nei campi, incendi di cumuli di rifiuti per cancellare le prove, miscelazione di sostanze tossiche con materiali inerti per farle passare come terre e rocce da scavo.
Un sistema che ha prodotto un danno ambientale incalcolabile e che ha lasciato sotto i piedi dei cittadini non solo terra, ma archivi di crimini. L’ISPRA ha censito 2.547 siti contaminati tra Napoli e Caserta, una densità che non ha eguali in Italia. Le analisi di ARPAC, CNR e università campane mostrano falde dell’Agro nocerino-sarnese con TCE e PCE fino a quaranta volte i limiti di legge, terreni agricoli con arsenico, cadmio, piombo e cromo esavalente, idrocarburi pesanti in aree rurali lontane da insediamenti industriali, diossine nel latte ovino dell’area di Acerra e Giugliano. Uno studio del CNR del 2021 ha stimato che oltre il 30% dei terreni agricoli campani presenta almeno un parametro fuori norma. A questo quadro ambientale si sovrappone quello sanitario.
Il rapporto SENTIERI dell’Istituto Superiore di Sanità registra in alcune aree della Terra dei Fuochi eccessi di mortalità per tumori fino al +13%, con picchi del +20% per specifiche patologie. I Registri Tumori segnalano incrementi anomali di tumori infantili in comuni come Acerra, Caivano, Giugliano, Casal di Principe, insieme a un aumento di linfomi non-Hodgkin e sarcomi dei tessuti molli. Gli epidemiologi parlano di correlazioni coerenti tra esposizione ambientale e incidenza delle malattie, pur ricordando che la prova causale diretta richiede studi complessi. Ma la tendenza è chiara: le aree più contaminate sono anche quelle con i maggiori eccessi di mortalità. E mentre i dati si accumulavano, le bonifiche non arrivavano. Dal 2008 lo Stato ha stanziato 1,2 miliardi di euro per la messa in sicurezza dei siti inquinati.
Secondo la Corte dei Conti, meno del 10% dei fondi è stato effettivamente utilizzato, solo tre siti su oltre duemilacinquecento risultano bonificati, e la maggior parte dei progetti è rimasta bloccata tra ricorsi, gare annullate, commissariamenti e responsabilità frammentate tra Stato, Regione, Province e Comuni. Nel frattempo le discariche abusive restano, i roghi tossici continuano — oltre ottomila incendi censiti tra il 2013 e il 2022 — le falde non sono state messe in sicurezza e i terreni contaminati restano esposti agli agenti atmosferici. I soldi ci sono, le bonifiche no. Per anni chi denunciava veniva accusato di allarmismo. Le istituzioni hanno spesso minimizzato, parlando di percezione del rischio più che di rischio reale. La politica nazionale ha trattato la questione come un problema locale, non come una crisi ambientale e sanitaria di portata nazionale.
Eppure già nel 1997 la Commissione Parlamentare sul ciclo dei rifiuti scriveva: “La Campania è il terminale di un sistema criminale di smaltimento illegale di rifiuti industriali.” Da allora, poco è cambiato. Intanto le comunità continuano a vivere accanto a campi che non valgono più nulla, a respirare fumi che non dovrebbero esistere, a seppellire persone che non avrebbero dovuto morire. La ferita più profonda non è nei terreni, ma nelle persone: madri che guardano i figli e temono per la loro salute, padri che lavorano nei campi sapendo che quel suolo potrebbe essere avvelenato, famiglie che vivono con la paura di una diagnosi, paesi che si svuotano, case che perdono valore, campi che non valgono più nulla. La Campania è una terra amata con ferocia e odiata con dolore, perché restituisce malattie invece di futuro. Oggi arrivano nuovi piani, nuove task force, nuovi annunci. Ma la fiducia è stata consumata. I cittadini non chiedono pietà: chiedono verità, trasparenza, responsabilità. Vogliono sapere perché i fondi non sono stati usati, perché le bonifiche non sono state avviate, perché chi ha avvelenato il territorio continua a restare impunito, perché lo Stato continua a guardare la Campania da lontano.
Finché non ci saranno bonifiche reali, controlli seri, responsabilità chiare e un piano nazionale di risanamento, la regione continuerà a convivere con roghi, falde contaminate, terreni avvelenati e un numero crescente di malati.
Una ferita aperta che il Paese ha preferito non vedere, ma che i cittadini portano addosso ogni giorno come una condanna che non hanno scelto.


