Politica

Referendum sulla riforma della Giustizia, scontro sulla data del voto

La Corte di Cassazione ha dato il via libera al nuovo quesito referendario sulla cosiddetta riforma della Giustizia, accogliendo la richiesta dei promotori della raccolta firme e riformulando il testo per includere il riferimento esplicito agli articoli della Costituzione modificati. Una decisione che i 15 giuristi promotori definiscono “una conferma della correttezza dell'iniziativa” e un passo decisivo per garantire agli elettori un voto consapevole.

Nel nuovo quesito vengono ora indicati con precisione gli articoli costituzionali di cui si chiede la modifica: 87 (comma 10), 102 (comma 1), 104, 105, 106 (comma 3), 107 (comma 1) e 110 (comma 1). Un cambiamento che, secondo i promotori, rafforza la trasparenza e chiarisce l'impatto reale della riforma sull'equilibrio dei poteri dello Stato e sull'assetto della giustizia.

La Cassazione ha comunicato ufficialmente l'ordinanza alle più alte cariche dello Stato, dal Presidente della Repubblica ai Presidenti delle Camere, fino al Presidente del Consiglio e a quello della Corte costituzionale, oltre ai rappresentanti dei cittadini firmatari e ai delegati parlamentari.

Il nodo ora è politico e istituzionale: la data del referendum. Alcuni osservatori ritengono che la riformulazione del quesito debba imporre un nuovo decreto di indizione, con conseguente slittamento del voto per il rispetto dei 50 giorni di campagna referendaria previsti dalla legge. Per una parte della politica, questo sarebbe l'obiettivo reale dei promotori: guadagnare tempo per rafforzare la campagna del “No”.

Il governo ha reagito subito. Il Consiglio dei ministri riunito oggi d'urgenza, su proposta della presidente Giorgia Meloni, ha deciso di non cambiare la data e di limitarsi a “precisare” il quesito nel decreto già esistente. Il referendum resta quindi fissato per il 22 e 23 marzo 2026, con il nuovo testo aggiornato.

Ma la partita è tutt'altro che chiusa. Secondo Michele Ainis, professore emerito di diritto pubblico, se la Cassazione ha ritenuto necessario modificare il quesito, la data del voto dovrebbe automaticamente slittare, perché incorporata nel decreto originario. In caso contrario, il comitato promotore avrebbe tutte le carte per sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale.

Ed è quello che probabilmente accadrà. La battaglia sulla riforma della Giustizia, quindi, non si gioca solo sul merito, ma anche sulle regole del gioco. E lo scontro istituzionale è appena iniziato.

La responsabile giustizia del Pd, la deputata Debora Serracchiani, ha commentato così quanto accaduto: “Ancora una volta prevale la linea della prepotenza e della mancanza di rispetto per le istituzioni. Prima non consentono al Parlamento di poter esercitare la propria funzione, poi fissano una data del referendum senza rispettare la raccolta firme di oltre 500 mila cittadine e cittadini italiani, poi sono costretti a modificare il quesito del referendum senza spostare la data fissata del referendum, con la solita tracotante arroganza di chi comanda e non governa. Ora anche le accuse alla magistratura di aver semplicemente svolto il proprio lavoro applicando la legge e lamentando la non imparzialità della stessa. Un'altra buona ragione per votare no”.

Autore Marzio Bimbi
Categoria Politica
ha ricevuto 386 voti
Commenta Inserisci Notizia