L'annuale celebrazione di Meloni e La Russa a Giorgio Almirante... con il solito intento di sdoganare il fascismo repubblichino
C'è qualcosa di profondamente inquietante nelle parole pronunciate oggi da Giorgia Meloni e Ignazio La Russa per celebrare Giorgio Almirante. Non si tratta semplicemente del ricordo personale o politico di una figura storica della destra italiana. Qui siamo davanti all'ennesimo tentativo di revisionismo politico e culturale che punta a ripulire, addolcire e infine normalizzare ciò che Giorgio Almirante rappresentò davvero: un dirigente della Repubblica Sociale Italiana, un uomo che aderì fino in fondo all'esperienza fascista repubblichina e che, dopo la guerra, fondò il Movimento Sociale Italiano con l'obiettivo dichiarato di mantenere viva quella tradizione politica nell'Italia democratica nata dalla Resistenza.
È questo il nodo che Meloni e La Russa cercano sistematicamente di aggirare. Parlano del “grande politico”, dell'“umanità”, dell'“amore per l'Italia”, della “dignità”, del “rispetto”. Ma evitano accuratamente il cuore della questione: Giorgio Almirante non fu un semplice conservatore. Non fu un moderato di destra. Non fu un liberale patriottico. Fu un fascista dichiarato, convinto, militante fino all'ultimo. E il MSI non nacque come un normale partito conservatore europeo, bensì come il contenitore politico dei reduci del fascismo sconfitto, dei nostalgici della Repubblica di Salò e di chi considerava illegittima la rottura antifascista su cui si fonda la Costituzione italiana.
Per questo le parole di Meloni sono politicamente enormi. La presidente del Consiglio afferma che il ricordo di Almirante “continua a vivere nel percorso della destra italiana”. In pratica rivendica una continuità politica, ideale e culturale con quella storia. Ed è qui che cade definitivamente la maschera della presunta “destra conservatrice” che Fratelli d'Italia tenta da anni di vendere nelle cancellerie europee e nei salotti internazionali. Perché il conservatorismo europeo nasce dalla tradizione liberale, democratica e costituzionale. Il fascismo, invece, fu un regime autoritario, violento, anti-parlamentare e anti-democratico. Le due cose non sono conciliabili.
Meloni pretende da anni di essere considerata una leader conservatrice sul modello occidentale. Ma allora dovrebbe avere il coraggio di compiere una rottura chiara e definitiva con il proprio retroterra politico. Invece accade l'esatto opposto: ogni anniversario, ogni commemorazione, ogni ricorrenza diventa occasione per riaffermare il legame sentimentale e identitario con il mondo missino. E oggi quel legame viene rivendicato apertamente dalla massima carica del governo e dalla seconda carica dello Stato.
Ancora più grave, per certi versi, è il discorso di La Russa. Il presidente del Senato si lamenta del fatto che col passare del tempo le “valutazioni peggiorino” invece di trovare “equilibrio” e “rispetto”. Ma rispetto verso cosa, esattamente? Verso chi aderì alla Repubblica di Salò mentre l'Italia era occupata dai nazisti? Verso chi partecipò alla propaganda del regime fascista repubblichino? Verso chi contribuì alla nascita di un partito che raccolse l'eredità politica del fascismo sconfitto?
Qui emerge il cuore del revisionismo contemporaneo: trasformare il fascismo in una semplice “opinione politica” fra le altre, depurandolo dalle sue responsabilità storiche. È un processo che procede lentamente ma costantemente: prima si separa il fascismo dalle sue violenze; poi si esaltano le qualità personali dei suoi dirigenti; infine si arriva a considerarli semplicemente “grandi italiani” da rispettare al pari di qualunque altro protagonista della Repubblica.
Ma la Repubblica italiana nasce precisamente contro quell'esperienza storica. La Costituzione non è neutrale rispetto al fascismo. L'antifascismo non è un optional culturale o una corrente politica tra le tante: è il fondamento storico e morale della democrazia italiana. Per questo le dichiarazioni odierne non possono essere archiviate come semplici commemorazioni di parte. Quando il presidente del Senato e la presidente del Consiglio celebrano Giorgio Almirante senza una sola parola di condanna netta del fascismo repubblichino, stanno compiendo un'operazione politica precisa: ridefinire i confini della memoria pubblica italiana.
E allora la domanda diventa inevitabile: se Meloni continua a riconoscersi nella tradizione politica di Almirante, in cosa consiste davvero il suo tanto proclamato conservatorismo? Conservatrice di cosa? Della cultura liberale europea? Della democrazia parlamentare? Oppure, più semplicemente, della lunga continuità post-fascista che dal MSI arriva fino a Fratelli d'Italia?
Perché il punto ormai è tutto qui. Non basta cambiare simbolo, linguaggio o stile comunicativo per cancellare una genealogia politica. E quando quella genealogia viene rivendicata con orgoglio dalle più alte cariche dello Stato, il problema non riguarda più soltanto la destra italiana. Riguarda la qualità della memoria democratica del Paese.