Famiglie e natalità: i bonus non fermano il declino
Il dossier dedica ampio spazio all'Assegno unico, ai bonus per i nuovi nati, ai congedi parentali, al bonus asilo nido e agli incentivi per le madri lavoratrici. Sono misure che possono aiutare molte famiglie e che vanno valutate per importi, destinatari ed efficacia.
Ma la promessa di sostenere la natalità deve fare i conti con i risultati demografici.
Secondo l'ISTAT, nel 2025 in Italia sono nati circa 355 mila bambini, il 3,9% in meno rispetto al 2024. Il numero medio di figli per donna è sceso da 1,18 a 1,14. La diminuzione delle nascite è una tendenza di lungo periodo, presente anche in altri Paesi europei, e non può essere attribuita esclusivamente a un governo.
Tuttavia, quattro anni di politiche a sostegno della famiglia non hanno invertito il declino. Il dato suggerisce che gli aiuti monetari, pur utili, non bastano: pesano il costo delle abitazioni, l'instabilità del lavoro, la difficoltà di conciliare occupazione e genitorialità e la carenza di servizi accessibili.
Il governo può elencare ogni bonus introdotto. Per dimostrare che la politica per la natalità funziona, deve però mostrare anche un miglioramento concreto delle condizioni che permettono alle persone di avere figli.
Immigrazione: meno sbarchi rispetto al picco, non una soluzione definitiva
A pagina 31 il dossier proclama una riduzione degli sbarchi del 70% rispetto al 2022 e un aumento dei rimpatri del 55%. Anche qui, il punto non è negare l'eventuale riduzione degli arrivi rispetto all'anno scelto come riferimento. È capire che cosa dimostri davvero quel confronto.
Gli sbarchi sono un indicatore importante, ma variano in funzione di rotte, condizioni meteorologiche, conflitti, attività delle reti di trafficanti e accordi con i Paesi di partenza e transito. Per valutare la politica migratoria occorre considerare una serie temporale completa, non soltanto due estremi scelti per ottenere la percentuale più favorevole.
Inoltre, il numero dei rimpatri deve essere letto insieme a quello degli arrivi, delle domande di asilo accolte o respinte, delle persone effettivamente rimpatriate e di quelle che rimangono sul territorio senza un titolo di soggiorno.
Il governo rivendica anche di avere orientato le politiche europee attraverso accordi internazionali e il protocollo con l'Albania. Ma una strategia annunciata, un accordo sottoscritto e un sistema operativo che produce risultati duraturi non sono la stessa cosa.
Il giudizio definitivo richiede dati comparabili e aggiornati sull'efficacia delle misure, sui costi e sul rispetto delle garanzie giuridiche. La diminuzione degli sbarchi in un determinato confronto non autorizza a dichiarare risolto un fenomeno complesso.
Sicurezza: più reati introdotti non significa automaticamente più sicurezza
Il dossier presenta assunzioni, operazioni di polizia, sgomberi, pene più severe e nuovi reati come prove del successo nella sicurezza. Tra le misure rivendicate compaiono anche il fermo preventivo in determinate circostanze, l'arresto in flagranza differita e norme più severe per le manifestazioni.
Ma un elenco di provvedimenti legislativi non è un bilancio dei risultati. Per valutare la sicurezza bisogna verificare l'andamento dei reati, i tempi delle indagini, la capacità di prevenzione, la disponibilità effettiva di personale e le condizioni operative delle forze dell'ordine.
L'inasprimento delle pene può avere una funzione deterrente in alcuni contesti, ma non dimostra da solo che i reati diminuiscano. Allo stesso modo, il numero di operazioni effettuate non indica automaticamente quanti fenomeni criminali siano stati prevenuti o quanto sia migliorata la sicurezza percepita dai cittadini.
Il dossier cita 46 mila nuove assunzioni nelle Forze di polizia e quasi 7 mila nei Vigili del fuoco. Per interpretare questi numeri servono però il periodo di riferimento, la distinzione tra assunzioni effettive e programmate e il confronto con i pensionamenti e le carenze di organico.
La sicurezza non si misura contando le norme approvate. Si misura verificando se i cittadini siano più protetti e se le istituzioni riescano a intervenire in modo efficace e proporzionato.
Fisco: 101 miliardi di recupero dell'evasione, ma attenzione alle definizioni
Il documento afferma che nel triennio 2023-2025 sono stati recuperati 101 miliardi di euro dall'evasione fiscale, di cui 36,2 miliardi nel 2025.
È un'affermazione che richiede una precisazione metodologica. I dati sul recupero dell'evasione possono comprendere incassi da attività di controllo, versamenti spontanei indotti dall'attività dell'amministrazione e altre componenti, a seconda della definizione adottata. Non bisogna confondere le somme riscosse in un singolo anno con il valore complessivo delle attività di contrasto o con gli importi accertati.
Per valutare il successo della lotta all'evasione occorre consultare le relazioni ufficiali, verificare le componenti incluse nel totale e osservare l'evoluzione del tax gap, cioè la differenza tra quanto dovrebbe essere versato e quanto viene effettivamente pagato.
Il dato dei 101 miliardi, isolato dalla metodologia, non basta a dimostrare che il problema dell'evasione sia stato risolto. Né dimostra, da solo, che il sistema fiscale sia diventato più equo.
La questione è particolarmente importante perché la distribuzione del carico fiscale incide direttamente sulla percezione di giustizia: chi paga regolarmente le imposte ha interesse a sapere non soltanto quanto viene recuperato, ma anche quanto evasione rimane e chi ne beneficia.
Export e Borsa: i successi italiani non hanno un solo padre
Il dossier rivendica esportazioni per 643 miliardi di euro nel 2025, un saldo commerciale positivo di 50,7 miliardi e una crescita della Borsa del 130% rispetto all'ottobre 2022.
Sono indicatori che descrivono aspetti reali dell'economia, ma non possono essere attribuiti automaticamente al governo. L'export dipende dalla competitività delle imprese, dalla domanda estera, dai prezzi, dal cambio, dalla composizione dei prodotti venduti e dalle condizioni del commercio internazionale.
Anche la Borsa risente degli utili delle società quotate, dei tassi d'interesse, delle decisioni delle banche centrali e delle aspettative degli investitori. Per attribuire una crescita di mercato alle politiche nazionali servirebbe un'analisi che distingua l'effetto delle decisioni governative da quello degli altri fattori.
C'è poi una differenza fondamentale tra un indice azionario in rialzo e il benessere della popolazione. Un aumento della capitalizzazione di Borsa non si traduce automaticamente in stipendi più alti, affitti più accessibili o servizi pubblici migliori.
Un Paese può avere imprese esportatrici competitive e, nello stesso tempo, lavoratori con salari reali ancora inferiori ai livelli precedenti alla grande fiammata inflazionistica. Non è una contraddizione: sono indicatori diversi.
Il Sud locomotiva d'Italia: il problema dei confronti
Il dossier presenta il Mezzogiorno come una locomotiva, con un tasso di occupazione del 51% nel secondo trimestre 2026 e crediti d'imposta legati alla ZES unica.
L'aumento dell'occupazione meridionale è una notizia positiva. Ma un confronto corretto deve considerare il livello di partenza, il divario con il Centro-Nord, la qualità dei posti di lavoro e la capacità di trasformare gli incentivi in investimenti produttivi duraturi.
Il fatto che il tasso di occupazione cresca di 4,4 punti rispetto al 2022 non cancella il ritardo strutturale del Mezzogiorno. Un miglioramento percentuale può essere significativo e lasciare comunque il territorio molto distante dalle aree economicamente più forti.
Anche le risorse annunciate per la ZES devono essere distinte tra crediti d'imposta previsti, agevolazioni effettivamente fruite e investimenti realizzati. L'impatto economico complessivo stimato non coincide con denaro già speso né con posti di lavoro permanenti già creati.
Il test decisivo sarà capire se gli incentivi produrranno imprese più solide, occupazione stabile e un miglioramento duraturo dei servizi e delle infrastrutture. Per ora, il titolo «locomotiva d'Italia» è più una promessa che una conclusione definitiva.
Ambiente ed energia: gli annunci non sono emissioni evitate
Il dossier dedica spazio agli interventi contro il caro energia, alle rinnovabili e alle nuove strategie energetiche. Ma anche qui occorre separare gli stanziamenti dagli effetti misurabili.
Un fondo per l'energia non equivale automaticamente a una riduzione strutturale delle bollette. Un impianto finanziato non coincide necessariamente con energia già prodotta. E una strategia industriale non dimostra, da sola, che le emissioni siano diminuite.
Per valutare la politica ambientale bisogna considerare la quota di energia rinnovabile effettivamente generata, la riduzione delle emissioni, l'efficienza energetica, i tempi di realizzazione degli impianti e il costo complessivo della transizione.
Gli aiuti temporanei alle bollette possono essere necessari per proteggere famiglie e imprese, ma non sostituiscono una politica energetica capace di ridurre stabilmente la dipendenza dai combustibili fossili e la vulnerabilità alle oscillazioni dei prezzi internazionali.
Il dossier preferisce elencare le iniziative avviate. I cittadini hanno invece bisogno di sapere quanto spendono in meno, quanta energia pulita viene prodotta in più e quali risultati sono già verificabili.
Quattro anni di governo: il bilancio va fatto sui risultati
Il documento di Palazzo Chigi non è un rapporto indipendente sullo stato del Paese: è una pubblicazione celebrativa dell'esecutivo. È legittimo che un governo presenti il proprio operato; è altrettanto legittimo verificare i numeri e chiedere conto delle omissioni.
Il problema non è che tutti i dati siano falsi. Sarebbe una conclusione altrettanto propagandistica. Il problema è il metodo: si selezionano gli indicatori favorevoli, si enfatizzano i valori nominali, si sommano interventi diversi e si presentano stanziamenti, previsioni e risultati conseguiti nella stessa cornice narrativa.
Quando si passa dai titoli alle statistiche, emergono un'economia che cresce poco, salari reali ancora in ritardo, un debito pubblico molto elevato, difficoltà di accesso alle cure e una crisi demografica che i bonus non hanno fermato.
Questo non cancella ogni risultato dell'esecutivo. Significa però che la parola «successo» deve essere accompagnata da confronti corretti, serie storiche complete e risultati verificabili.
Quattro anni dopo l'insediamento, la domanda non è quanti record il governo sia riuscito a stampare in 71 pagine. È se una famiglia riesca a pagare le spese senza rinunciare alle cure, se un giovane possa trovare un lavoro dignitoso, se una donna possa lavorare senza essere penalizzata dalla maternità e se un pensionato possa arrivare alla fine del mese.


