Il documento dei quattro anni del governo Meloni, pubblicato il 22 ottobre 2026, è costruito come un catalogo di successi: record occupazionali, tasse tagliate, conti pubblici risanati, sanità potenziata, immigrazione ridotta, famiglie sostenute e Italia tornata protagonista nel mondo. Ma tra un numero scritto a caratteri cubitali e una freccia verso l'alto c'è una domanda che il documento evita accuratamente: quanto di tutto questo si traduce in un miglioramento concreto della vita degli italiani?La verifica delle principali affermazioni restituisce un quadro meno trionfale. Alcuni dati sono reali, ma raccontati senza il contesto necessario; altri confondono stanziamenti e risultati, benefici teorici e soldi effettivamente ricevuti, decisioni del governo e tendenze economiche più ampie. E proprio queste distinzioni permettono di mettere alla prova la narrazione ufficiale.Dall'occupazione alla sanità, dalle tasse all'immigrazione: il bilancio celebrativo di Palazzo Chigi confonde spesso i numeri con i risultati. E quando si guardano le statistiche complete, il miracolo promesso perde parecchia brillantezza.
Occupazione record, stipendi in ritardo
Partiamo dalla pagina 3 del dossier, intitolata «Una Repubblica fondata sul lavoro». Il governo rivendica 24,4 milioni di occupati, un tasso di occupazione del 63% e una disoccupazione scesa all'8,1% del 2022 al 5,6% del primo semestre 2026. Sono dati sostanzialmente coerenti con le statistiche ufficiali. Negarli sarebbe scorretto. Ma attribuirli integralmente all'azione dell'esecutivo è un'altra cosa.
Il numero degli occupati cresce, e questo è positivo. Il problema è che l'Italia parte da un tasso di occupazione ancora molto basso rispetto alle economie avanzate. L'OCSE rileva che nel primo trimestre 2026 il tasso italiano, pari al 62,8%, era inferiore di 9,3 punti alla media dell'organizzazione. Le difficoltà sono particolarmente marcate per donne e giovani. Un record nazionale, insomma, può convivere con un ritardo internazionale considerevole.
E il numero degli occupati non dice tutto sulla qualità del lavoro, sulle ore lavorate, sulla produttività e sulla retribuzione. Un posto di lavoro non equivale automaticamente a un reddito sufficiente per vivere. Né basta che un contratto sia formalmente stabile per garantire sicurezza economica.
La questione decisiva è proprio quella che il dossier tratta con minore entusiasmo: gli stipendi. L'OCSE, nel rapporto economico sull'Italia del 2026, rileva che le retribuzioni reali contrattuali erano ancora inferiori dell'8,8% al livello del gennaio 2021, nonostante gli aumenti nominali. Nell'aggiornamento sul mercato del lavoro del 2026, l'organizzazione registra una perdita del 6,1% delle retribuzioni reali rispetto al primo trimestre 2021. Le due percentuali si riferiscono a misure e periodi differenti, ma raccontano la stessa storia: il recupero del potere d'acquisto è incompleto.
Ecco il primo trucco della comunicazione celebrativa: si mostra il numero dei lavoratori, ma si sorvola sul valore di ciò che guadagnano. Il governo può rivendicare più occupati; non può trasformare con un'infografica gli stipendi erosi dall'inflazione in stipendi finalmente adeguati.
Il PIL cresce, ma il miracolo economico dov'è?
Il dossier presenta l'Italia come un Paese che ha rilanciato lo sviluppo. Qui il problema non è soltanto ciò che viene detto, ma soprattutto ciò che manca.
Secondo la Commissione europea, il PIL italiano è cresciuto dello 0,5% nel 2025. Le previsioni pubblicate nel maggio 2026 indicavano un incremento dello 0,5% anche per il 2026 e dello 0,6% nel 2027. L'ISTAT, nelle proprie previsioni di giugno, stimava invece una crescita dello 0,7% per entrambi gli anni. Cambiano le stime, non la conclusione: l'economia italiana procede a un ritmo modesto.
Non siamo davanti a un crollo economico, ma neppure a una stagione di sviluppo straordinario. Il problema della crescita italiana è strutturale e precede l'attuale esecutivo: produttività debole, investimenti insufficienti in alcuni settori, invecchiamento demografico e difficoltà a far crescere stabilmente i redditi.
Il governo non è responsabile di ogni problema ereditato, così come non può attribuirsi ogni risultato positivo. Ma se si presenta come l'artefice di una nuova prosperità, deve spiegare perché la crescita rimanga così contenuta.
La propaganda preferisce i record. L'economia, invece, si misura anche con la velocità con cui aumenta la ricchezza reale di un Paese.
Conti pubblici: il deficit scende, il debito non sparisce
Alle pagine 5 e 6 il documento celebra la riduzione del deficit e il calo dello spread. Il deficit passa dall'8,1% del PIL nel 2022 al 3,1% nel 2025, con una previsione del 2,9% per il 2026. Lo spread BTP-Bund viene presentato come prova della rinnovata fiducia internazionale.
Sono risultati che hanno una base concreta, ma il racconto omette una parte essenziale del quadro. Il deficit è la differenza annuale tra entrate e spese pubbliche; il debito è l'accumulo delle passività dello Stato. Ridurre il primo non significa automaticamente ridurre il secondo.
Secondo Eurostat, il debito pubblico italiano era pari al 136,7% del PIL alla fine del 2025, uno dei valori più elevati dell'Unione europea. Le previsioni della Commissione europea del maggio 2026 indicavano un ulteriore aumento del rapporto debito/PIL, fino al 138,5% nel 2026.
Anche il calo del deficit va letto correttamente. Una parte rilevante della riduzione deriva dalla diminuzione degli effetti sui conti pubblici dei crediti d'imposta per l'edilizia degli anni precedenti. Non è tutto merito di una miracolosa macchina della crescita.
Quanto allo spread, è un indicatore importante del rischio percepito dagli investitori, ma risente anche dei tassi della Banca centrale europea, delle condizioni finanziarie internazionali e delle vicende politiche ed economiche degli altri Paesi. Un suo calo può ridurre il costo delle nuove emissioni di debito, ma non genera automaticamente miliardi immediatamente disponibili per ospedali e scuole.
Il documento stima risparmi sugli interessi per 3,5 miliardi l'anno e 21 miliardi in tre anni. Si tratta di una stima basata su ipotesi relative alle emissioni e alla riduzione dei tassi, non di un assegno già incassato da destinare liberamente ai servizi pubblici.
In sintesi: il miglioramento del deficit è reale; l'idea che i conti siano ormai «messi in sicurezza» è assai più discutibile. Con un debito così elevato, basta un aumento dei tassi o una crescita inferiore alle attese per complicare nuovamente i conti.
«Tagliati 140 miliardi di tasse»: il numero che impressiona
A pagina 36 arriva uno dei titoli più appariscenti: «Tagliati 140 miliardi di tasse». La cifra somma interventi diversi, dai tagli al cuneo fiscale alla riforma dell'IRPEF, dagli incentivi alle imprese alle detassazioni, fino alle misure su energia e carburanti.
Ma 140 miliardi non significano che lo Stato abbia restituito 140 miliardi in un unico provvedimento, né che ogni famiglia abbia visto ridursi le imposte nella stessa misura. Il totale è riferito al periodo 2023-2027 e comprende misure differenti per destinatari, durata e modalità di calcolo.
Alcuni interventi sono temporanei, altri hanno una durata più lunga; alcuni alleggeriscono il prelievo sui lavoratori, altri sostengono le imprese. Non è corretto sommarli come se fossero un unico sconto uguale per tutti.
Il taglio del cuneo fiscale ha effettivamente aumentato il netto in busta paga di molti lavoratori dipendenti. La riforma delle aliquote IRPEF ha prodotto benefici, soprattutto per alcune fasce di reddito. Ma il vantaggio dipende dal reddito, dalla composizione familiare e dalle misure alle quali ciascuno ha diritto.
La domanda che il dossier evita è semplice: quanto è aumentato il reddito disponibile reale, dopo aver pagato bollette, affitto, alimentari, trasporti e spese sanitarie?
Un taglio fiscale può essere utile e, nello stesso tempo, non compensare integralmente l'aumento del costo della vita. Se il prezzo della spesa cresce più del reddito netto, il cittadino non percepisce alcun miracolo: vede soltanto che a fine mese rimangono pochi soldi.
Il potere d'acquisto: qui la propaganda incontra il carrello della spesa
Il dossier, a pagina 38, riporta gli aumenti delle retribuzioni contrattuali: +2,9% nel 2023, +3,1% nel 2024, +3,1% nel 2025 e +2,5% nel primo semestre 2026.
Il dato è nominale. Non misura direttamente quanto si possa acquistare con lo stipendio. Per farlo occorre sottrarre l'effetto dell'inflazione, considerando anche il periodo di riferimento.
L'OCSE ha rilevato che, nonostante il recupero delle retribuzioni nominali, i salari reali italiani nel 2026 erano ancora sensibilmente inferiori ai livelli del 2021. È il punto che la tabella del governo non mette in evidenza.
Ancora più discutibile è il confronto tra pensioni minime e assegno sociale nel 2022 e nel 2026. L'aumento dell'importo in euro non dimostra da solo un miglioramento equivalente del potere d'acquisto. Bisogna considerare l'inflazione cumulata e le condizioni economiche di chi vive con quelle prestazioni.
Il dossier segnala inoltre una riduzione del rischio di povertà o esclusione sociale dal 24,4% del 2022 al 22,6% del 2025. È un dato da valutare positivamente, ma non dimostra che il problema sia stato risolto. La stessa pubblicazione indica per il 2025 una povertà assoluta all'8%, contro l'8,3% del 2022.
Le due misure non sono intercambiabili: il rischio di povertà o esclusione sociale è un indicatore più ampio, mentre la povertà assoluta riguarda chi non dispone delle risorse necessarie per acquistare beni e servizi essenziali. Non si può usare il miglioramento di un indicatore per cancellare le difficoltà documentate dall'altro.
E quando il governo presenta esempi di lavoratori e famiglie che sommando tutti i benefici arriverebbero a guadagnare centinaia di euro in più al mese, bisogna leggere le note: sono benefici massimi teorici, subordinati al possesso dei requisiti per usufruire di tutte le misure considerate. Non rappresentano un aumento universale dello stipendio.
PNRR: prima in Europa, ma la rata non è ancora arrivata
A pagina 9 il governo proclama l'Italia prima in Europa per obiettivi raggiunti e avanzamento finanziario del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Il dossier indica 166 miliardi ricevuti, 690 mila progetti attivati e oltre 680 mila conclusi. Il 22 ottobre 2026, la richiesta della decima e ultima rata era stata presentata.
Il PNRR è uno dei casi in cui occorre distinguere con particolare attenzione gli indicatori. Aver raggiunto obiettivi amministrativi, aver ricevuto fondi europei, aver avviato un progetto e aver completato un'opera sono quattro cose diverse.
La relazione ufficiale sullo stato di attuazione del PNRR conferma che la richiesta della decima rata, pari a 28,4 miliardi, è stata presentata il 29 settembre 2026. Il pagamento era previsto dopo la valutazione della Commissione europea, entro dicembre. Alla data del dossier, dunque, quella rata non risultava ancora incassata.
Il numero dei progetti conclusi è significativo, ma non basta a stabilire quanto abbiano migliorato servizi pubblici, trasporti, infrastrutture e competitività. Per misurare l'efficacia del piano bisogna verificare le opere effettivamente funzionanti, i tempi, i costi e i risultati prodotti.
Il PNRR, inoltre, è un programma europeo concordato prima dell'insediamento del governo Meloni. L'esecutivo ha responsabilità importanti nella sua attuazione, ma non può presentare l'intero piano come una propria invenzione.
Sanità: più miliardi sulla carta, ma curarsi è diventato più difficile
Alle pagine 44-46 il dossier celebra l'aumento del Fondo sanitario nazionale, che passa da 126 miliardi nel 2022 a 143 miliardi nel 2026, e rivendica nuovi servizi, apparecchiature, investimenti e interventi sulle liste d'attesa.
L'aumento nominale delle risorse è un dato reale. Ma non è sufficiente per dimostrare che la sanità pubblica sia stata rafforzata in misura adeguata ai bisogni. Bisogna considerare l'inflazione, l'invecchiamento della popolazione, l'aumento dei costi del personale e delle prestazioni, nonché il rapporto tra finanziamento sanitario e PIL.
La Commissione europea, nel rapporto sull'Italia del 2026, segnala un peggioramento dell'accesso alle cure: nel 2024 il 9,9% della popolazione dichiarava di aver rinunciato a cure mediche necessarie, contro il 6,3% del 2019. Il 6,8% indicava le liste d'attesa come ragione principale, contro il 2,8% del 2019.
Nel 2023, inoltre, la spesa sostenuta direttamente dai cittadini rappresentava il 23,7% della spesa sanitaria complessiva, contro una media UE del 14,9%.
Sono numeri che non dimostrano che ogni difficoltà sia stata provocata dall'attuale governo, ma rendono difficile sostenere che la questione sia risolta soltanto perché il Fondo sanitario è cresciuto.
Quanto alle Case della Comunità, il dossier ne indica 1.270 «aperte e funzionanti». È una formulazione che richiede una verifica precisa: una struttura prevista o inaugurata non equivale necessariamente a un presidio che garantisca pienamente servizi, personale e orari di assistenza. Gli indicatori di attuazione del PNRR distinguono infatti tra strutture realizzate, attivate e pienamente operative.
La sanità si giudica dalla possibilità di ottenere una visita in tempi ragionevoli, trovare un medico di famiglia, ricevere assistenza territoriale e non dover pagare privatamente ciò che il servizio pubblico non riesce a garantire. Il numero dei miliardi è importante, ma il diritto alla cura si misura soprattutto con i risultati.


