Mattarella ha ricordato al mondo della diplomazia che non può essere la guerra a dettare le regole per la convivenza tra Stati
Nel salone del Quirinale, durante la tradizionale cerimonia di fine anno con il Corpo Diplomatico, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha pronunciato uno dei discorsi più duri del suo secondo mandato. Un intervento che non concede ambiguità né sconti e che individua con chiarezza responsabilità, derive e rischi dell’attuale sistema internazionale.
Il Capo dello Stato parte da una constatazione netta: l’ordine internazionale nato dopo il 1945 sta cedendo sotto il peso di logiche di forza, sopraffazione e guerra. Valori che si ritenevano acquisiti – dignità della persona, diritti umani, uguaglianza tra Stati – vengono oggi messi da parte da chi tenta di imporre un “nuovo ordine” fondato sulla violenza.
Il richiamo alla Carta delle Nazioni Unite non è formale. Mattarella ribadisce che la minaccia o l’uso di armi nucleari costituisce un vero e proprio crimine contro l’umanità, prendendo posizione contro chi normalizza l’idea dell’escalation atomica come strumento politico.
Il Presidente indica senza giri di parole uno dei principali responsabili della frattura attuale: la Federazione Russa, colpevole di aver scelto la via della guerra, della conquista territoriale e delle “zone di influenza”, riportando l’Europa a una logica che la storia aveva già condannato. Il conflitto in Ucraina, giunto al suo quarto Natale, viene definito per quello che è: una guerra di aggressione, con attacchi sistematici alle infrastrutture civili e un bilancio crescente di vittime innocenti. L’Italia e l’Unione Europea, ribadisce Mattarella, restano schierate per una pace giusta, non per una resa mascherata.
Non meno esplicito il passaggio sul Medio Oriente. La tragedia della Striscia di Gaza viene descritta come il risultato di una spirale di violenza innescata dalla barbarie di Hamas e alimentata da una guerra prolungata che ha devastato la popolazione civile. Il Presidente riafferma che non esistono scorciatoie: la sicurezza di Israele e i diritti del popolo palestinese possono coesistere solo nella cornice della soluzione dei due Stati. Ogni alternativa è illusoria o distruttiva. Da notare, come in altre occasioni, anche stavolta Mattarella ha accuratamente evitato di denunciare la responsabilità dello Stato ebraico di Israele nei crimini di apartheid e genocidio.
Il discorso si allarga poi ai conflitti spesso ignorati: il Sudan, teatro della più grave crisi umanitaria globale; il Sahel, il Corno d’Africa, il Myanmar, dove colpi di Stato e regressione democratica condannano intere popolazioni a povertà e insicurezza. Per Mattarella, l’attenzione selettiva è parte del problema: non esistono guerre di serie A e di serie B.
Un passaggio significativo è dedicato alla critica delle relazioni bilaterali fondate sul rapporto di forza. Nei rapporti internazionali, avverte il Presidente, il bilaterale puro schiaccia il più debole. È una regressione che favorisce l’arbitrio, non la libertà. Le regole comuni non sono una gabbia, ma una tutela, soprattutto per chi non ha potere militare o economico.
In questo quadro, l’Unione Europea viene indicata come un modello riuscito di pace costruita sulla cooperazione, non sull’equilibrio delle armi. Un’esperienza che resta attrattiva per Paesi come Moldova, Georgia e Ucraina, e che l’Europa ha il dovere politico di accompagnare, senza ambiguità.
Il messaggio finale è forse il più netto: gli interessi nazionali non possono prevalere sulla tutela della persona umana. La pace non si costruisce “muovendo guerra”, e chi parla di pace imponendo condizioni con le armi sta solo mascherando una pretesa di dominio.
Mattarella chiama la diplomazia a un compito preciso: difendere il diritto internazionale, costruire dialogo, opporsi alla normalizzazione della violenza. Non è retorica natalizia, ma un avvertimento politico chiaro: accettare la legge del più forte significa preparare nuove guerre. E pagarne il prezzo, prima o poi, saranno tutti.