C’è una crisi che non fa titoli finché non ti ci scontri di persona: file più lunghe, dimissioni ritardate, campanelli che suonano e qualcuno che arriva “appena può”. La carenza di infermieri è così: silenziosa, quotidiana, e intanto logora la qualità dell’assistenza. Non è un problema solo italiano, ma da noi si sente di più perché partiamo già sotto: in Italia ci sono circa 6,5 infermieri ogni mille abitanti, contro una media europea di circa 8,4. Tradotto: anche quando tutti fanno il massimo, il tempo per ogni paziente si assottiglia e il margine d’errore cresce.
A livello europeo si parla di un buco enorme di personale sanitario: il punto non è solo “quanti ne mancano”, ma che la domanda di cura aumenta. Popolazione più anziana, più persone con più patologie insieme, più bisogno di assistenza continuativa a casa e sul territorio. Se i professionisti non crescono allo stesso ritmo, la sanità va in affanno come un motore troppo piccolo per una macchina troppo pesante.
In Italia, sul numero di infermieri mancanti circolano stime diverse, ma tutte raccontano la stessa storia: non si tratta di qualche migliaio. Le valutazioni più prudenti parlano di almeno 65 mila unità, altre arrivano oltre 130 mila e qualcuno spinge la stima fino a 175 mila. La differenza dipende dai criteri: c’è chi confronta l’Italia con la media europea, chi considera i carichi reali dei reparti, chi include il fabbisogno territoriale e domiciliare che dovrebbe crescere. Ma qualunque metodo tu scelga, il risultato è un vuoto strutturale.
Questo vuoto non è nato ieri. Dopo anni di blocchi del turn over e limiti alle assunzioni, il sistema si è ritrovato con organici risicati proprio mentre aumentavano le esigenze. Poi ci si sono messi pensionamenti e uscite anticipate, e negli ultimi anni anche un fenomeno difficile da ignorare: chi se ne va perché non ce la fa più o perché trova condizioni migliori altrove. Quando un infermiere lascia, non perdi solo “un numero”: perdi esperienza, automatismi, capacità di gestire l’imprevisto, la conoscenza dei percorsi e delle persone. E quella roba lì non la ricostruisci in tre mesi.
Il tema stipendi pesa, inutile girarci intorno. L’ultimo rinnovo contrattuale 2022-2024 ha portato un aumento medio intorno ai 172 euro lordi al mese, molti ma molti meno al netto delle tasse. Purtroppo non è abbastanza per compensare turni massacranti, notti, festivi, responsabilità cliniche e un costo della vita che corre. In più, rispetto ad altri Paesi europei resta un divario importante: chi è, giovane e con una lingua decente spesso valuta seriamente di spostarsi.
Ma non è solo una questione di soldi. È anche una questione di riconoscimento e di organizzazione. In tanti contesti l’infermiere viene ancora visto come “braccio operativo”, quando in realtà è un professionista con competenze cliniche, capacità di valutazione, gestione dei percorsi e della continuità assistenziale. Se l’organizzazione resta troppo centrata sul medico e tutto il resto è “supporto”, allora la carriera infermieristica si schiaccia, le competenze avanzate restano sottoutilizzate e il lavoro diventa più frustrante. E quando una professione è frustrante, la gente non ci entra o non ci resta.
A questo si lega anche il tema della specializzazione. In Italia esistono percorsi formativi avanzati, ma il punto è: poi sul campo cosa cambia davvero? Se la crescita professionale non porta ruoli più chiari, più autonomia dove serve, responsabilità riconosciute e un percorso di carriera credibile, allora molti la vivono come formazione “bella da avere” ma poco spendibile nella pratica quotidiana.
E la soluzione “semplice” — aumentiamo gli iscritti — ha un limite concreto: l’infermieristica non è solo aula. La formazione è clinica, fatta nei reparti e nei servizi, con tutoraggio e supervisione. Oggi i posti disponibili per Scienze infermieristiche sono circa 20 mila, ma se li alzi senza aumentare chi segue gli studenti e senza avere contesti di tirocinio capaci di reggere, rischi di formare peggio e di appesantire reparti già in sofferenza. È un po’ come dire: “per risolvere la fame, apriamo più ristoranti” senza avere cuochi né ingredienti.
Il risultato finale lo vede il cittadino, anche se non conosce i numeri: pronto soccorso intasati, reparti che faticano a tenere aperti posti letto, trasferimenti continui, continuità assistenziale a singhiozzo. E quando il pubblico non riesce a rispondere, si aprono due strade: chi può paga di tasca propria, chi non può rinuncia o si affida a soluzioni improvvisate. Nessuna delle due è una buona notizia.
Se vuoi davvero invertire la rotta, servono scelte poco glamour ma decisive: organici minimi realistici, turni sostenibili, protezione dalle aggressioni, stipendi e incentivi che trattengano (soprattutto nelle aree e nei reparti più pesanti), percorsi di carriera e ruoli evoluti che non restino sulla carta, e una formazione che cresca in modo serio, non “a catena”. Perché gli infermieri non sono un dettaglio del sistema sanitario: sono la struttura portante. E una struttura portante, se la assottigli troppo, prima o poi la senti scricchiolare.
Serve un cambio di rotta , non domani ma oggi : altrimenti ci saranno solo OSS ed i nuovissimi "Assistente Infermiere" - vista la poca differenza di stipendio in rapporto allo studio ed alla responsabilità in corsia. Forse questo caos è studiato tutto a tavolino?


