Non bastano più atti simbolici: la Palestina ha bisogno di giustizia e per garantirgliela è necessario che quello di Israele sia riconosciuto come regime di apartheid
Mia nonna ha 90 anni. Due volte esiliata: la prima durante la Nakba, cacciata da Israele; la seconda dal regime di Assad in Siria. Oggi, in Svezia, la sua memoria si afferra solo agli ultimi minuti vissuti. Delle lunghe decadi passate le restano frammenti.
Eppure, la sua infanzia a Kfar Sabt — villaggio palestinese della Galilea spopolato nel 1948 — resta vivida. Sorride con malizia quando ricorda i giochi nei campi, le corse con gli altri bambini, la curiosità verso quel contadino ebreo arrivato all'improvviso con un trattore rumoroso che suscitò sospetto e domande.
Io sono un rifugiato fin dalla nascita. La famiglia di mia nonna da Kfar Sabt, quella di mio nonno dal vicino villaggio di Lubya. Oggi, dalla mia casa a Ramallah, ogni mattina vedo sventolare la bandiera israeliana nella colonia di Beit El: simbolo di un regime di apartheid che decide tutto della mia vita — dove posso vivere, lavorare, viaggiare, quanta acqua posso ricevere, quali leggi valgono per me e quali no.
Questo non è un destino individuale, ma la realtà di milioni di palestinesi, dalla Cisgiordania a Gaza. Non siamo cittadini: siamo considerati un ostacolo all'espansione di uno Stato etnonazionalista che ci vuole cancellare.
Negli ultimi mesi, sempre più Paesi hanno annunciato di riconoscere la Palestina. Dopo Norvegia, Spagna e Irlanda, si sono mossi Francia e Regno Unito, seguiti da Canada, Australia, Portogallo e Malta.
Sulla carta sembra un passo avanti, in realtà è un inganno. Parlare oggi di "due Stati" mentre Israele annette terre in Cisgiordania e compie un massacro a Gaza — oltre 60.000 morti — è pura follia. Un alibi per non agire, un modo per prendere tempo, mentre il regime consolida la sua supremazia.
Israele ha già dimostrato che non accetterà mai uno Stato palestinese. Continuare a fingere che la "soluzione a due Stati" sia possibile è solo una forma di manipolazione: dare false speranze a un popolo mentre lo si abbandona al genocidio.
La verità è semplice: c'è già un unico Stato, e funziona su base di apartheid. Un popolo gode di pieni diritti, l'altro viene espropriato, bombardato, confinato, ridotto a manodopera senza libertà.
Riconoscere un fantomatico Stato palestinese, magari smilitarizzato, non ferma le colonie, non abbatte i muri, non restituisce dignità ai rifugiati. La bandiera palestinese all'ONU non fermerà l'occupazione né garantirà sicurezza.
L'unico passo serio è riconoscere Israele come Stato di apartheid, come stabilisce il diritto internazionale. L'apartheid è un crimine contro l'umanità: riconoscerlo obbligherebbe gli Stati ad agire, imponendo sanzioni, tagliando gli aiuti militari, isolando il regime. È successo con il Sudafrica, può succedere di nuovo.
Il villaggio di Kfar Sabt oggi non esiste più: restano solo mucchi di pietre e terrazze abbandonate. Ma vive nei ricordi di mia nonna, nelle sue storie che io continuerò a raccontare.
Non chiediamo vendetta né nuove espulsioni. Chiediamo giustizia: il ritorno, l'uguaglianza, la fine di un sistema che ci tratta come ostacoli invece che come esseri umani.
La pace non nascerà da accordi coloniali né da riconoscimenti vuoti. Nascerà solo quando il mondo smetterà di fingere e dirà le cose come stanno: in Palestina oggi c'è apartheid. E finché quel sistema non cadrà, nessuna soluzione sarà giusta o reale.
Questa è la testimonianza di Alaa Salama pubblicata su +972 magazine.
Questa è la fotografia della realtà che la propaganda israeliana, quella delle comunità ebraiche internazionali e quella dei media occidentali vuole nascondere. Questa è la fotografia di un regime coloniale insediativo, quello dello Stato ebraico di Israele, che già prima della sua costituzione aveva iniziato a mettere in atto un piano di pulizia etnica poi messo a punto dal maggio 1948 tramite il famigerato Piano D (Piano Dalet).
Circa 750.000 palestinesi cacciati dalla propria terra possono sembrare un numero “modesto” a confronto del trasferimento di milioni di europei, in seguito alla seconda guerra mondiale, o delle espropriazioni avvenute in Africa all’inizio del XXI secolo. Ma a volte è necessario relativizzare i numeri e pensare in percentuale per iniziare a capire l’enormità di una tragedia che ha toccato la popolazione di un intero paese. Metà degli abitanti autoctoni della Palestina furono cacciati, metà dei loro villaggi e città distrutti, e soltanto pochissimi riuscirono a tornare.
La pulizia etnica del 1948 è stata cancellata quasi del tutto dalla memoria globale collettiva e rimossa dalla coscienza del mondo. È stato cancellato dalla memoria il fatto che la popolazione è stata espulsa con la forza dalle loro terre, dalle loro case, dai loro averi e i villaggi dove viveva sono stati distrutti, rasi al suolo, cancellati, lasciando al loro posto solo mucchi di macerie.
Quello che sta accadendo oggi a Gaza, a Gerusalemme Est e in Cisgiordania è solo la ripetizione di ciò che è accaduto 77 anni fa. E oggi - come società civile -dovremo ancora una volta far finta di niente solo perché gli artefici di tale crimine sono ebrei?