Gli Stati Uniti si preparano a celebrare i 250 anni dalla loro liberazione da un re. Ma il paradosso è ormai talmente evidente da sembrare quasi una caricatura scritta dalla storia contro se stessa: il Paese nato per sottrarsi al potere monarchico di Giorgio III arriva al suo anniversario più solenne sotto la regia politica di un presidente che sembra deciso a trasformare ogni istituzione in una dependance personale della Casa Bianca. Donald Trump non ha restaurato formalmente la monarchia. Non ancora, almeno. Ma il problema, negli Stati Uniti del 2026, è che molti dei suoi atti hanno già il sapore di un regno personale.
Il 250° anniversario dell'indipendenza americana avrebbe dovuto essere una celebrazione civile, bipartisan, istituzionale. Doveva ricordare la nascita di una repubblica fondata sull'idea che nessun uomo potesse mettersi sopra la legge. Invece l'avvio delle celebrazioni ha assunto i contorni di un comizio elettorale sul National Mall, con Trump al centro della scena e il suo volto già esposto su banner e immagini ufficiali nei palazzi federali della capitale. Più che la memoria della rivoluzione americana, sembra la scenografia di una corte.
La contraddizione è brutale. Nel 1776 le Tredici Colonie si ribellarono a una corona distante, accusata di imporre tasse, controllare la vita politica e calpestare la rappresentanza. Due secoli e mezzo dopo, l'America trumpiana celebra quella rivolta mentre il suo presidente rivendica un potere sempre più personale, aggressivo, vendicativo. La festa contro il re rischia così di diventare la festa del nuovo sovrano: non Giorgio III, ma Donald I, re di Mar-a-Lago, protettore dei propri affari, signore dei social, vendicatore dei torti personali, padrone simbolico di un partito ridotto a corte.
Trump respinge il paragone. “Non sono un re”, ha detto. Poi però aggiunge: “Se fossi un re, non avrei a che fare con voi”. Una frase che, più che smentire l'accusa, la illumina. Perché il fastidio verso la stampa, verso il controllo, verso il dissenso e verso ogni limite istituzionale è esattamente il punto. Trump non sopporta l'idea di dover rispondere a qualcuno. Non sopporta i giudici quando lo fermano, i giornalisti quando lo criticano, i comici quando lo deridono, gli avversari quando gli resistono. In una democrazia il potere è sottoposto a vincoli. Nella visione trumpiana, invece, il vincolo è un affronto personale.
Da quando è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, Trump ha dato alla presidenza un'impronta sempre più proprietaria. Ha nominato figure a lui fedeli in ruoli chiave, ha preteso che il Dipartimento di Giustizia inseguisse i suoi nemici politici, ha attaccato giudici sgraditi, ha promosso cause contro testate giornalistiche colpevoli di non piacergli, ha chiesto che venissero licenziati comici che lo prendevano in giro. Non è il comportamento di un capo di Stato sereno dentro un sistema democratico. È il comportamento di un uomo che concepisce lo Stato come un'estensione del proprio ego.
Il caso più grave riguarda proprio la giustizia. In una democrazia matura, il Dipartimento di Giustizia non dovrebbe essere il braccio armato del presidente contro i suoi oppositori. Eppure Trump ha più volte chiesto apertamente azioni contro i suoi avversari, rompendo quel muro di separazione tra Casa Bianca e procure federali che dovrebbe impedire la trasformazione della giustizia in vendetta politica. Quando un presidente nomina propri legali personali in posizioni centrali e poi pretende procedimenti contro chi lo ha contrastato, la domanda non è più retorica: siamo ancora davanti a una repubblica o davanti a una corte con toga incorporata?
Il punto non è che Trump abbia inventato l'idea di presidenza imperiale. Nella storia americana molti presidenti sono stati accusati di allargare eccessivamente i propri poteri. Ma Trump aggiunge qualcosa di diverso: la personalizzazione totale. Non solo usa il potere; lo brandizza. Non solo occupa le istituzioni; le trasforma in scenografia. Non solo governa; pretende devozione. Persino il linguaggio ufficiale ha flirtato con l'immaginario monarchico. Quando l'account della Casa Bianca ha pubblicato un'immagine di Trump con Carlo III accompagnata dalla scritta “TWO KINGS”, il messaggio politico era fin troppo chiaro. Ufficialmente una provocazione. In realtà, una confessione estetica.
E non è l'unico episodio. Trump ha scritto “LONG LIVE THE KING” dopo aver rivendicato la fine di un programma di trasporto a New York. “Lunga vita al re”: la frase che dovrebbe essere incompatibile con l'idea stessa degli Stati Uniti d'America. E invece diventa slogan, meme, arma culturale. Il trumpismo fa così: prende l'accusa, la indossa, la trasforma in spettacolo e poi accusa gli altri di non avere senso dell'umorismo. Ma quando l'uomo più potente del Paese scherza sul proprio potere assoluto, il problema non è lo scherzo. È il potere.
Ancora più inquietante è il rapporto tra presidenza e interessi privati. Trump non è soltanto un presidente ricco. È un presidente che continua a muoversi dentro un sistema di affari, marchi, investimenti, criptovalute, eventi, cause, relazioni economiche e vantaggi familiari. L'accusa politica è pesantissima: usare la carica pubblica come piattaforma di arricchimento personale e familiare. In una repubblica normale, il conflitto d'interessi è una minaccia. Nel trumpismo diventa quasi programma di governo.
Il caso delle criptovalute è emblematico. Trump ha lanciato prodotti finanziari prima e dopo il ritorno al potere, con cifre enormi in gioco. Ha promosso iniziative economiche legate al proprio nome e alla propria famiglia. Ha portato la logica del marchio personale dentro la massima istituzione pubblica americana. La Casa Bianca, in questa visione, non è più soltanto sede del governo: è palcoscenico, vetrina, leva commerciale, garanzia simbolica. Altro che spirito dei Padri fondatori. Qui siamo al franchising del potere.
Il culmine grottesco arriva con l'idea di usare persino gli spazi della Casa Bianca per eventi collegati a interessi economici e mediatici vicini al presidente. La residenza del popolo americano trasformata in set promozionale, luogo di spettacolo, piattaforma di business. È qui che l'ironia sul 250° anniversario diventa amarissima. Gli americani si liberarono da un re anche perché rifiutavano l'idea che il potere pubblico potesse essere proprietà privata del sovrano. Oggi si ritrovano un presidente che sembra trattare lo Stato come un asset di famiglia.
Sul piano istituzionale, il quadro è altrettanto grave. Un Congresso repubblicano deferente ha spesso rinunciato al proprio ruolo di controllo. La Corte Suprema, con la sua maggioranza conservatrice, ha favorito in più passaggi l'espansione del potere presidenziale, a partire dalla decisione sull'immunità ampia per gli atti ufficiali del presidente. È una svolta enorme: se il presidente viene protetto oltre misura, il rischio è che il potere esecutivo diventi una zona franca. Non una monarchia dichiarata, certo. Ma una presidenza sempre meno responsabile davanti alla legge.
È vero: alcune decisioni giudiziarie hanno posto limiti a Trump. La Corte Suprema non gli ha dato sempre ragione. Ha frenato, ad esempio, alcune sue pretese su tariffe e agenzie indipendenti. Ma il punto politico resta. La democrazia americana non si misura solo dalla sopravvivenza formale delle istituzioni. Si misura dalla loro capacità reale di resistere alla trasformazione del potere in culto personale. E su questo terreno gli Stati Uniti appaiono oggi più fragili di quanto amino raccontarsi.
La risposta popolare non a caso ha scelto uno slogan chiarissimo: “No Kings”. Nessun re. Non è una formula casuale. È il cuore della promessa americana. Nessun uomo sopra la legge. Nessun presidente padrone dello Stato. Nessuna giustizia usata come clava. Nessuna celebrazione nazionale trasformata in campagna permanente. Nessuna Casa Bianca ridotta a trono.
Il dramma è che Trump ha capito meglio dei suoi avversari la forza simbolica della monarchia. Sa che una parte del suo elettorato, composto da assoluti idioti incapaci di intendere e di volere, non vuole un amministratore, ma un capo assoluto. Non vuole istituzioni, ma ordini. Non vuole equilibrio, ma dominio. Non vuole una repubblica litigiosa e complessa, ma un uomo forte che umili i nemici, punisca i dissidenti, zittisca i giornali, ridicolizzi i giudici e trasformi ogni critica in tradimento.
E allora il 250° anniversario dell'indipendenza rischia di diventare una gigantesca beffa storica. L'America che si liberò da Giorgio III potrebbe ritrovarsi a celebrare se stessa sotto lo sguardo ingombrante di Donald Trump, presidente che nega di essere un re mentre si comporta come se ogni limite fosse una scocciatura provvisoria. La rivoluzione americana nacque contro l'arbitrio del sovrano. Il trumpismo sembra voler dimostrare che l'arbitrio può tornare anche senza corona, senza scettro e senza ermellino. Basta un cappellino rosso, un social network, un partito inginocchiato e una democrazia abbastanza stanca da non reagire in tempo.
Il punto, alla fine, è semplice. Gli Stati Uniti non sono ancora una monarchia assoluta. Ma il fatto che sia diventato necessario ripeterlo è già una sconfitta. Una repubblica sana non dovrebbe dover spiegare che il presidente non è un re. E un presidente degno di una repubblica non dovrebbe divertirsi a far credere il contrario.


