Esteri

L'enorme ipocrisia delle democrazie occidentali tra diritti umani e realpolitik

Domenica il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro dell'Interno tedesco Alexander Dobrindt hanno firmato in Israele una dichiarazione congiunta impegnandosi a cooperare nei settori della sicurezza, della cybersicurezza e della lotta al terrorismo.

"L'Iran e i suoi alleati — Hezbollah, Hamas e gli Houthi — rappresentano una minaccia non solo per Israele, ma per la stabilità regionale e la sicurezza internazionale", ha dichiarato Netanyahu durante la firma. Il premier israeliano ha poi aggiunto che il documento "trasforma l'impegno per la sicurezza in azione congiunta. I nemici di Israele devono sapere: i nostri occhi sono su di loro in ogni momento e in ogni luogo". Netanyahu ha affermato che la dichiarazione "àncora il profondo impegno della Germania per la sicurezza dello Stato di Israele ed eleva la cooperazione tecnologica in materia di sicurezza tra i due Paesi a un nuovo livello strategico", e che essa riflette la responsabilità storica della Germania all'indomani dell'Olocausto.

Oggi, il cancelliere tedesco Friedrich Merz nel corso di una conferenza stampa ad Ahmedabad, nel nord dell'India, ha tuonato contro la repressione del popolo iraniano richiamandosi ai valori universali dei diritti umani: "Rendo omaggio al coraggio con cui stanno affrontando una violenza sproporzionata e invito il governo e la leadership iraniani a proteggere i propri cittadini invece di minacciarli. Condanniamo con la massima fermezza la violenza perpetrata contro il popolo iraniano. La violenza non è un segno di forza, ma di debolezza, e questa violenza deve cessare".

Definire la violenza dello Stato contro i propri cittadini "un segno di debolezza" e rendere omaggio al coraggio dei manifestanti è un gesto politicamente e moralmente condivisibile. Tuttavia, queste parole acquistano un significato ben diverso se collocate nel contesto più ampio della politica estera tedesca – e, più in generale, occidentale.

Poco tempo fa, lo stesso Merz si era recato in Israele, stringendo la mano a Benjamin Netanyahu e firmando accordi per l'acquisto di sistemi di difesa. Nulla di strano, si potrebbe dire, se non fosse che sul primo ministro israeliano pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, un'istituzione sostenuta anche dalla Germania. Le accuse sono gravissime: crimini di guerra e genocidio. Qui emerge una contraddizione difficilmente ignorabile: come può uno Stato come la Germania che si proclama paladino del diritto internazionale e dei diritti umani continuare a intrattenere normali – e anzi strategici – rapporti commerciali e militari con un leader sotto accusa per crimini di tale portata?

Il confronto con l'Iran rende questa incoerenza ancora più evidente. Teheran viene giustamente condannata per la repressione interna, per la violenza contro i civili e per il sistematico disprezzo delle libertà fondamentali. Ma perché lo stesso metro non viene applicato con pari fermezza a tutti? Perché le violazioni dei diritti umani diventano intollerabili quando sono commesse da un avversario geopolitico, mentre diventano improvvisamente "complicate" o "contestualizzabili" quando riguardano un alleato strategico?

La risposta sta nella realpolitik: gli interessi strategici, economici e militari continuano a pesare più dei principi. Israele è considerato un alleato fondamentale in Medio Oriente, e la Germania, anche per ragioni storiche legate alla Shoah, tende a offrire un sostegno quasi incondizionato alla sua sicurezza. Ma trasformare questa responsabilità storica in un lasciapassare politico e morale rischia di svuotare di significato proprio quei valori che si dice di voler difendere.

L'ipocrisia non riguarda solo la Germania. Molti Stati occidentali adottano lo stesso doppio standard: sanzioni, condanne e indignazione morale per i nemici; silenzio, ambiguità o giustificazioni per gli amici. Questo atteggiamento mina la credibilità dell'ordine internazionale basato sulle regole. Se il diritto internazionale vale solo quando conviene, allora non è più diritto, ma uno strumento politico come un altro.

In definitiva, la questione non è difendere l'Iran o attaccare Israele in quanto tali, ma chiedere coerenza. Se davvero la violenza contro i civili è "sempre" un segno di debolezza e "sempre" inaccettabile, allora deve esserlo ovunque e per chiunque. Altrimenti, le grandi dichiarazioni sui diritti umani rischiano di restare soltanto retorica: belle parole buone per le conferenze stampa, ma incapaci di trasformarsi in una politica estera giusta e credibile.

E quando si fa carta straccia del diritto internazionale, compreso quello umanitario, implicitamente lo si sostituisce con il diritto della forza... dimenticando che qualsiasi concetto è sempre relativo e mai assoluto. Quindi, con la forza, ci sarà sempre il rischio che esista qualcuno più forte di te. E allora ci si accorge che la forza non conviene... mai!

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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