Nel suo discorso annuale sullo Stato dell'Unione davanti al Congresso, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha delineato, seppur brevemente, le ragioni di un possibile attacco contro l'Iran. Il messaggio è stato chiaro: Washington non permetterà a quello che ha definito “il principale sponsor mondiale del terrorismo” di dotarsi di un'arma nucleare.

A quasi 90 minuti dall'inizio dell'intervento, Trump ha accusato il regime di Teheran di sostenere gruppi armati nella regione, reprimere nel sangue le proteste interne e portare avanti programmi missilistici e nucleari che rappresenterebbero una minaccia diretta per gli Stati Uniti. “Il regime iraniano e i suoi proxy hanno diffuso solo terrorismo, morte e odio”, ha dichiarato.

Secondo il presidente USA, l'Iran avrebbe riavviato il proprio programma nucleare e starebbe sviluppando missili che “presto” potrebbero raggiungere il territorio americano. Ha inoltre attribuito a Teheran la responsabilità di attentati con ordigni improvvisati che in passato hanno causato vittime tra militari e civili statunitensi.

I media di Stato iraniani hanno sostenuto che il Paese stia sviluppando un missile in grado di raggiungere il Nord America. Tuttavia, il governo iraniano respinge con forza tutte le accuse. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha definito le dichiarazioni americane “una serie di grandi menzogne”, contestando sia le affermazioni sul programma nucleare e missilistico, sia il numero di vittime indicato da Trump nelle recenti proteste antigovernative.

Il presidente ha parlato di 32.000 morti durante le manifestazioni di gennaio, una cifra nettamente superiore alle stime pubbliche finora disponibili.

Teheran continua a sostenere che il proprio programma nucleare abbia finalità esclusivamente civili, legate alla produzione di energia.

Il discorso sullo Stato dell'Unione è arrivato mentre gli Stati Uniti stanno rafforzando la loro presenza militare in Medio Oriente, in vista di un possibile conflitto che potrebbe durare settimane se non si raggiungerà un accordo sul nucleare. Trump ha espresso frustrazione per il mancato progresso nei negoziati: “Vogliono un accordo, ma non abbiamo ancora sentito quelle parole segrete: ‘Non avremo mai un'arma nucleare'”.

Nelle ore precedenti all'intervento, il segretario di Stato Marco Rubio ha informato sulla situazione il cosiddetto “Gang of Eight”, il gruppo ristretto di leader del Congresso e delle commissioni intelligence.

Il leader democratico al Senato, Chuck Schumer, ha chiesto maggiore trasparenza: “Se vogliono fare qualcosa contro l'Iran, devono dirlo pubblicamente e discuterne con il Paese. Le operazioni segrete portano a guerre più lunghe, tragedie, costi maggiori ed errori”.

Tra “America First” e rischio nuove guerre
Gran parte del discorso è stata dedicata a temi interni come economia e immigrazione, su consiglio dei collaboratori della Casa Bianca. Trump e i repubblicani hanno costruito il loro consenso sulla promessa di mettere fine alle “guerre infinite” in Iraq e Afghanistan e di seguire la linea “America First”.

Ma i sondaggi mostrano un elettorato prudente sulle avventure militari all'estero. Un'indagine Reuters/Ipsos di gennaio indica che il 69% degli americani ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero usare la forza militare solo in presenza di una minaccia diretta e imminente.

Lo scorso anno Trump aveva ordinato attacchi contro obiettivi iraniani, sostenendo che avessero “obliterato” le strutture nucleari del Paese. Più recentemente, suoi collaboratori hanno affermato che l'Iran sarebbe molto vicino alla capacità di costruire una bomba atomica.

Nel discorso al Congresso, il presidente ha ribadito una doppia linea: apertura alla pace, ma disponibilità allo scontro. “Come presidente, farò la pace ovunque possibile, ma non esiterò mai ad affrontare le minacce all'America quando necessario”, ha dichiarato.

Il punto resta politico oltre che militare: convincere un'opinione pubblica scettica che un eventuale nuovo conflitto in Medio Oriente sia davvero inevitabile.

Ma a Teheran non si sta ad attendere la sorte...

L'Iran sta attraversando una trasformazione profonda nella propria strategia di sicurezza. L'obiettivo non è solo resistere a una possibile offensiva esterna, ma garantire la sopravvivenza del sistema anche nel caso più estremo: l'eliminazione del vertice stesso del potere, cioè l'eliminazione di Khamenei. È quanto emerge da un'analisi del quotidiano britannico The Times.

Secondo il giornale, la leadership di Teheran ha rivisto la propria dottrina alla luce delle lezioni apprese durante la guerra di 12 giorni dello scorso anno, quando una pioggia di missili israeliani colpì la capitale e il rischio di un attacco diretto contro la guida suprema apparve concreto.

In quel contesto, la Guida suprema Ali Khamenei avrebbe preso una decisione senza precedenti: preparare formalmente la propria successione in caso di assassinio. Dal rifugio segreto in cui si trovava, avrebbe stilato una lista riservata di tre religiosi idonei a sostituirlo, chiedendo all'Assemblea degli Esperti di sceglierne uno qualora fosse stato ucciso.

Non solo. Sarebbe stato introdotto un sistema di successione multilivello: per ogni incarico civile e militare nominato dalla Guida, sono stati previsti fino a quattro livelli di sostituzione. Anche altri funzionari sono stati obbligati a predisporre elenchi analoghi. L'obiettivo è chiaro: evitare il vuoto di potere in caso di decapitazione della leadership.

Durante il conflitto precedente, il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano sarebbe arrivato vicino alla paralisi. La guerra si concluse solo dopo l'ingresso diretto degli Stati Uniti nei raid israeliani e un successivo cessate il fuoco improvviso.

Dopo quel conflitto, Khamenei avrebbe riattivato una struttura parallela che non veniva utilizzata dai tempi della guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta. Inoltre, la catena di comando militare è stata riorganizzata secondo un modello “a mosaico”: maggiore autonomia alle regioni, così da poter continuare a combattere anche in caso di interruzione delle comunicazioni con Teheran.

Le tensioni sono cresciute dopo il dispiegamento di una massiccia forza navale americana in Medio Oriente. Mentre a Ginevra sono in corso colloqui diplomatici, la distanza tra le parti appare enorme. Karim Sadjadpour, della Carnegie Endowment, ha sintetizzato il nodo: non esiste un punto di incontro tra ciò che Washington pretende e ciò che Teheran è disposta a concedere.

Le parole dell'inviato americano Steve Witkoff – “Perché l'Iran non si è arreso?” – vengono lette come il segno di un'incomprensione profonda della natura del sistema iraniano. Secondo Vaez, la leadership di Teheran ritiene che la precedente moderazione sia stata interpretata come debolezza, incoraggiando ulteriori pressioni americane.

Dopo l'uccisione del generale Qasem Soleimani nel 2020 e i successivi attacchi americani del 2025, la risposta iraniana fu calibrata per evitare vittime statunitensi. Ora, però, la strategia potrebbe cambiare: colpire con maggiore durezza per ristabilire deterrenza, anche a costo di un'escalation.

Gli analisti citati dal quotidiano britannico concordano su un punto: la sopravvivenza del regime è prioritaria, ma non al prezzo di svuotare il Paese delle sue capacità strategiche. “Che valore avrebbe sopravvivere se si consegnano tutte le proprie leve di potere?”, osserva l'ex ufficiale dell'intelligence israeliana Dani Citrinowicz.

Sadjadpour arriva a una conclusione ancora più drastica: Khamenei preferirebbe morire piuttosto che concludere i suoi giorni in una resa umiliante.

Se Teheran rifiutasse concessioni sostanziali, la scelta tornerebbe a Trump: ritirare il dispositivo militare o colpire per dimostrare credibilità. Ma un eventuale attacco americano, avverte il giornale, difficilmente resterebbe senza risposta.

Khamenei ha già avvertito che un'aggressione potrebbe innescare un conflitto regionale, coinvolgendo Israele e gli alleati dell'Iran: i ribelli Houthi in Yemen, le milizie sciite in Iraq e Hezbollah in Libano.

Teheran richiama due precedenti storici: l'attentato contro la caserma dei marines americani a Beirut nel 1983, seguito dal ritiro statunitense, e la recente crisi nel Mar Rosso con gli Houthi, conclusasi senza un chiaro vincitore.

Sebbene alcuni alleati dell'Iran siano stati indeboliti dai raid israeliani, proprio questo indebolimento potrebbe spingere Teheran a utilizzare le capacità residue prima di perderle. Il rischio, avvertono gli esperti, è una spirale di escalation fuori controllo.

Lo scenario esterno si intreccia con quello interno. Dopo le proteste diffuse, oltre 53.000 persone sarebbero state arrestate, mentre nuove manifestazioni, seppur limitate, sono riemerse nelle università.

Gli analisti ritengono che l'Iran si stia preparando a un doppio fronte: guerra all'esterno e repressione all'interno. La combinazione di minaccia militare e instabilità domestica potrebbe rendere il regime ancora più aggressivo.

La conclusione è secca: l'Iran sembra determinato a preservare il proprio assetto politico e le proprie capacità strategiche a qualsiasi costo. E la regione potrebbe trovarsi sull'orlo di un'escalation difficile da contenere.