Esteri

Guerra nel Golfo, ultimatum di Trump: “Aprite lo stretto entro 48 ore o colpiremo l’energia iraniana”... e Teheran minaccia il blackout dell'intera regione

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran entra in una fase ancora più pericolosa. Dopo quattro settimane di combattimenti, il conflitto si allarga al cuore del sistema energetico globale: centrali elettriche, infrastrutture petrolifere e lo Stretto di Hormuz. Il risultato è una crisi che non riguarda più solo il Medio Oriente, ma l’intera economia mondiale.

Domenica mattina le sirene antiaeree sono tornate a suonare in Israele, mentre missili iraniani colpivano il sud del Paese, con decine di feriti tra Arad e Dimona. La risposta israeliana non si è fatta attendere: raid su Teheran, in una spirale di escalation ormai fuori controllo.

Ma è soprattutto la mossa di Donald Trump a segnare una svolta. Il presidente americano ha lanciato un ultimatum senza precedenti: se l’Iran non riaprirà completamente lo Stretto di Hormuz entro 48 ore, gli Stati Uniti colpiranno e “annienteranno” le centrali elettriche iraniane, iniziando dalle più grandi.

Una minaccia che contraddice apertamente le dichiarazioni di appena un giorno prima, quando Trump parlava di una possibile riduzione delle ostilità. Ora, invece, il conflitto rischia di trasformarsi in una guerra totale contro le infrastrutture civili.

Teheran ha risposto con toni altrettanto duri. Le autorità iraniane hanno annunciato che, in caso di attacco alle centrali, verranno colpite tutte le infrastrutture energetiche, informatiche e persino gli impianti di desalinizzazione degli Stati Uniti e dei loro alleati nel Golfo. Il messaggio è chiaro: se salta la rete elettrica iraniana, l’intera regione potrebbe precipitare nel buio.

Il Parlamento iraniano ha parlato apertamente di distruzione “irreversibile” delle infrastrutture energetiche mediorientali. E i vertici militari hanno ribadito che ogni attacco americano sarà seguito da una risposta su larga scala.

Nel frattempo, il nodo centrale della crisi resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas liquefatto. Gli attacchi iraniani lo hanno di fatto paralizzato, scatenando la peggiore crisi energetica dagli anni ’70. I prezzi del petrolio sono schizzati ai massimi da quasi quattro anni, mentre il gas in Europa ha registrato aumenti fino al 35% in una sola settimana.

I mercati sono in allarme. Gli analisti parlano di “bomba a orologeria” sull’economia globale: l’ultimatum di Trump ha introdotto un livello di incertezza senza precedenti, con il rischio concreto di un crollo delle borse e di un’ulteriore impennata dell’inflazione.

Sul terreno, il conflitto si espande. L’Iran ha utilizzato per la prima volta missili a lungo raggio, arrivando a colpire obiettivi fino all’Oceano Indiano, mentre un attacco ha raggiunto un’area vicina al reattore nucleare israeliano di Dimona. Anche il fronte libanese si è riacceso: Hezbollah ha lanciato centinaia di razzi, Israele ha risposto con raid e demolizioni su larga scala nel sud del Libano.

Il bilancio umano è già drammatico: oltre 2.000 morti dall’inizio della guerra, con un impatto devastante su tutta la regione.

Intanto cresce anche la pressione politica su Trump negli Stati Uniti. Un sondaggio Reuters/Ipsos mostra che il 59% degli americani è contrario agli attacchi contro l’Iran, mentre solo il 37% li sostiene. A pochi mesi dalle elezioni di midterm, la guerra rischia di trasformarsi in un boomerang politico.

In questo scenario, l’ipotesi di un attacco alle infrastrutture energetiche rappresenta il punto di non ritorno. Colpire le centrali elettriche iraniane significherebbe paralizzare non solo il Paese, ma l’intero sistema industriale e militare della regione. E la risposta annunciata da Teheran — colpire energia, acqua e tecnologia dei rivali — aprirebbe la strada a un conflitto sistemico, capace di trascinare il Medio Oriente e oltre in un blackout senza precedenti.

L’appello alla pace lanciato da Papa Leone resta, per ora, isolato. Sul campo e nelle dichiarazioni dei leader prevale la logica dell’escalation. E il conto, come sempre, rischia di essere pagato non solo dai Paesi coinvolti, ma da un’economia globale sempre più fragile.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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