Un racconto che sfida il tempo e le paure
Tra memoria, desiderio e consapevolezza, il libro attraversa il tema del tempo e delle occasioni mancate. Un invito a vivere con più presenza, senza rimandare ciò che conta davvero, mantenendo uno sguardo umano e diretto.
Nel libro scrivi “AMA. A modo tuo. Ma ama.”. Sembra quasi un manifesto. È più un consiglio agli altri o qualcosa che devi continuare a ricordare anche a te stessa?
È tutte e tre le cose insieme. È il mio manifesto, è un consiglio, ma è anche un promemoria continuo per me stessa. Una specie di post-it che devo rileggere ogni giorno, perché amare davvero, a modo proprio, non è mai una cosa scontata. E perché le maschere sono sempre in agguato.
C’è un passaggio molto forte: “Il rimpianto… è un tarlo”. Quanto il tema del tempo perso ha inciso davvero nella scrittura del libro?
Nella scrittura del libro in sé non tanto, ma è più uno di quei post-it che mi porto dentro, che mi fanno da reminder. Mi trovo spesso a pensare questa cosa: più che qualcosa che ho imparato, è come un’intuizione che a un certo punto ho sentito chiaramente dentro, ed è che penso sia meglio pentirsi di aver fatto qualcosa piuttosto che rimpiangere di non averla fatta, nelle scelte che riguardano la vita, l’amore, quello che siamo davvero, perché è lì che nascono tutti quei “se” che poi non ti fanno vivere più bene. Le scelte che non ho fatto mi sono rimaste addosso molto più di quelle che ho sbagliato. E il libro penso che sia nato anche proprio per non avere quei “se” negativi che poi ti perseguitano.
Alcuni momenti, come quelli più leggeri e quotidiani, spezzano l’intensità emotiva. È una scelta consapevole o è semplicemente il tuo modo naturale di raccontarti?
Qui entriamo in un territorio molto personale, perché è nato come un meccanismo di autodifesa: quello di sorridere, di prenderla con leggerezza davanti agli eventi più difficili. Poi è diventato uno stile di vita, e lo faccio anche con i miei figli. Ho il più grande che ha dieci anni, quasi undici, ed è già in quella fase un po’ preadolescenziale — perché oggi iniziano sempre prima. Quando lo vedo giù, un po’ disperato, mi metto vicino a lui, lo abbraccio e gli dico che lo capisco, ma allo stesso tempo cerco di alleggerire. Gli faccio un po’ di ironia, scherzo, gli dico “vedrai, più avanti andrà anche peggio”, “arriveranno i brufoli”… e gli racconto anche di me, di quando ero alle medie, di quanto mi sentissi sfigata. E lui ride con me. E in quel momento la tensione si scioglie. Quindi quello che era un meccanismo di difesa è diventato qualcosa di più: una modalità che funziona. Ho imparato a riconoscere l’intensità dei momenti e, soprattutto, quando usare l’ironia e quando no. Ci sono momenti in cui il silenzio vale più di mille risate. Però quando si raccontano cose profonde, credo che la leggerezza e la semplicità siano il modo più diretto per farle arrivare. Quindi sì, è sia una scelta consapevole, sia il mio modo naturale di raccontarmi.
Ultima cosa: se Mr. Strawberry fosse reale e leggesse tutto il libro, cosa ti spaventerebbe di più della sua reazione?
Cosa mi spaventerebbe della sua reazione? Forse il pensiero che possa vedermi come troppo intensa, troppo strana. Perché sono cose che mi sono state dette, e in qualche modo restano, come un’eco che ogni tanto torna e riporta a paure vecchie. Però sono definizioni che arrivano da fuori. Io sono questa. Posso essere intensa, ironica, strana, troppo profonda, troppo sognatrice… ma va bene così. Più che paura, oggi è un’ansia diversa, un’ansia mista a eccitazione. Perché so di aver mandato fuori il mio cuore. E so che ci saranno persone che lo capiranno e altre che non lo capiranno. Ma questa domanda mi ha fatto anche riflettere su una cosa: che alla fine ogni lettore, quando entra in quelle pagine, diventa il mio Mr. Strawberry. Io lo mando per chi lo sentirà davvero. Tutti gli altri...avranno un'altra strada o un altro cuore con cui incontrarsi.