In un documento programmatico, Hamas sostiene che l'attacco del 7 ottobre 2023 (“Al-Aqsa Flood”) non sia stato “l'inizio della guerra”, ma l'esito di un insieme di fattori politici e storici maturati nel tempo: dall'occupazione iniziata nel 1948 al fallimento dei negoziati, fino al blocco su Gaza e alle tensioni su Gerusalemme e la moschea di Al-Aqsa.

Una “risposta naturale” a 77 anni di occupazione, secondo Hamas
Il testo colloca il 7 ottobre dentro una cornice di lungo periodo: 77 anni di occupazione e spossessamento, descritti come espressione di una mentalità “coloniale d'insediamento”, con pratiche di apartheid e “pulizia etnica”. In questa chiave, l'operazione viene presentata come parte di uno “stato legittimo di resistenza” che avrebbe raggiunto un punto di non ritorno sotto un governo israeliano definito di “estrema destra di matrice fascista”.

Il fallimento del “percorso di soluzione politica” e l'espansione degli insediamenti
Uno dei pilastri della motivazione indicata da Hamas è la fine della credibilità del processo negoziale avviato con Oslo. Nel documento si afferma che Israele ha “sabotato” deliberatamente la strada della soluzione politica, usando i colloqui come copertura per “giudaizzare ed  espropriare” il territorio palestinese. A sostegno, Hamas indica un aumento dei coloni in Cisgiordania da circa 280.000 (1993) a circa 950.000 (2023) e descrive Benjamin Netanyahu come apertamente contrario a Oslo e determinato a impedire la nascita di uno Stato palestinese.

Il documento cita inoltre la Grande Marcia del Ritorno (2018) come esempio di mobilitazione pacifica rimasta senza risposte politiche e internazionali, alimentando frustrazione e chiusura degli “sbocchi” diplomatici.

L'“ascesa dell'estremismo” e il nodo Gerusalemme/Al-Aqsa
Un altro passaggio centrale della narrazione riguarda il governo israeliano formatosi a fine 2022, definito dal testo come il “più estremista”. Hamas afferma che alcuni ministri abbiano ricevuto dossier “sensibili” legati a Gerusalemme e Cisgiordania: in particolare Itamar Ben-Gvir (Sicurezza Mazionale) e Bezalel Smotrich (Finanze, con competenze sulla “Amministrazione Civile” in Cisgiordania).

Secondo il documento, questa fase avrebbe accelerato incursioni e iniziative attorno alla moschea di Al-Aqsa, con tentativi di imporre una divisione “temporale e spaziale” del luogo di culto, considerata un'escalation “esistenziale”. Nello stesso quadro, Hamas richiama anche un episodio precedente di pochi giorni al 7 ottobre, quando Netanyahu ha mostrato alle Nazioni Unite una mappa della Palestina storica sotto il nome “Israele”, chiaro segnale degli intenti annessionistici.

Gaza: il blocco “soffocante” e l'assenza di prospettive
Per Hamas, Gaza è il punto in cui le tensioni convergono: il testo parla di un blocco “soffocante” imposto da 17 anni, con limitazioni a movimento, viaggio e accesso a beni essenziali, descritte come punizione collettiva legata anche all'esito politico interno (“l'elezione di un governo di resistenza”). Gaza viene definita “la più grande prigione a cielo aperto”.

Nello stesso capitolo, il documento sostiene che il 1 ottobre 2023 (una settimana prima dell'attacco) il capo dello Shin Bet Ronen Bar ha presentato un piano per eliminare la leadership di Hamas nella Striscia, chiedendo un'autorizzazione politica che, secondo Hamas, in quel momento non è stata concessa.

La questione dei detenuti
Tra le ragioni indicate compare anche la condizione dei prigionieri palestinesi: il documento afferma che al momento del 7 ottobre erano detenuti nelle carceri israeliane circa 5.000 prigionieri, in un contesto descritto come privo di “orizzonte politico” per una liberazione e segnato da repressione e abusi.

Il “vuoto” della comunità internazionale e la normalizzazione regionale
Hamas attribuisce un ruolo chiave anche all'inefficacia delle istituzioni internazionali, sostenendo che ONU e Consiglio di Sicurezza hanno fallito nell'affrontare seriamente la questione palestinese, mentre Israele agisce al di sopra della legge sotto la protezione americano-occidentale. Nel testo si cita un dato: fino a fine settembre 2023, l'Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza hanno emesso 1.180 risoluzioni “in favore della Palestina” a cui non è mai stato dato seguito.

Il documento collega inoltre questo quadro alla spinta verso la normalizzazione tra Israele e Paesi della regione: secondo Hamas, l'alleanza tra americani e sionisti ha tentato di integrare Israele nel Medio Oriente per seppellire la causa palestinese e archiviarla come qualcosa di ormai superato, elemento che ha contribuito alla scelta di una rottura drastica.

“Momento di verità”: la definizione politica dell'attacco
Nel capitolo dedicato al 7 ottobre, Hamas descrive l'operazione come un “momento di verità” capace di “ridisegnare l'equazione” del conflitto dopo anni di assedio e “indifferenza della comunità internazionale”. La scelta viene presentata come “calcolata” e legata, in modo non negoziabile, alla difesa di Gerusalemme e Al-Aqsa.

Nella stessa sezione viene citato un sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research (pubblicato il 13 dicembre 2023) secondo cui il 72% degli intervistati ha giudicato “corretta” la decisione di Hamas di lanciare l'attacco (con un livello di soddisfazione del 69% verso Hamas e dell'11% verso l'Autorità Palestinese).


Il documento integrale può essere consultato all pagina seguente:
palinfo.com/wp-content/uploads/2025/12/OurNarrative.pdf