Alla fine della fiera, diciamolo senza troppi giri di parole: del referendum sulla giustizia sembra non importare davvero a nessuno. Non a destra e non a sinistra. Non a Giorgia Meloni e neppure a Elly Schlein. Perché dietro la retorica delle riforme epocali, delle battaglie per la democrazia o per l’indipendenza della magistratura, ciò che davvero domina la scena è la solita, antica preoccupazione della politica italiana: mantenere la poltrona, oppure riconquistarla.
Il dibattito pubblico che accompagna la riforma della giustizia è infatti sempre più simile a un teatro. Da una parte il governo che presenta il referendum come un passaggio storico per riequilibrare i rapporti tra poteri dello Stato; dall’altra l’opposizione che lo descrive come un tentativo di concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo. Ma sotto la superficie delle parole altisonanti, emerge una verità più prosaica: il referendum è diventato soprattutto uno strumento di battaglia politica.
Dal Nazareno l’accusa è chiara: la riforma costituzionale della giustizia, così come quella del premierato, sarebbe parte di un disegno volto ad accentrare il potere nelle mani di chi governa. Secondo la segretaria del Partito democratico, il governo starebbe trasformando il referendum in un voto politico. E, paradossalmente, a sostegno di questa tesi arriva persino una constatazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio: la riforma, ammette, non renderà la giustizia più efficiente, non stabilizzerà i dodicimila lavoratori precari del settore, non accorcerà i tempi dei processi e non risolverà il dramma del sovraffollamento carcerario.
Insomma, non servirà a risolvere i problemi concreti della giustizia italiana. E qui nasce la domanda inevitabile: allora a cosa serve?
La risposta dell’opposizione è semplice e politicamente contundente. Secondo Schlein, il referendum si inserirebbe in un confronto più ampio tra politica e magistratura. La prova sarebbe nelle stesse parole di Giorgia Meloni quando, dopo che la Corte dei conti aveva bloccato il progetto del Ponte sullo Stretto, aveva parlato di “inaccettabile invadenza” della magistratura. Da questa prospettiva, la riforma sarebbe un tentativo di ridisegnare i rapporti tra poteri dello Stato, rafforzando il peso della politica.
Uno dei punti più controversi riguarda il Consiglio superiore della magistratura. L’ipotesi di separare il Csm tra giudici e pubblici ministeri, secondo i critici, rischierebbe di indebolire l’autorevolezza dell’organo che dovrebbe garantire l’indipendenza della magistratura. Ancora più discussa è l’idea di introdurre il sorteggio per la selezione dei componenti togati: una scelta che, per Schlein, appare quasi paradossale. Dopotutto – osserva polemicamente – chi sceglierebbe con un’estrazione a sorte il proprio rappresentante in consiglio comunale o il chirurgo da cui farsi operare?
C’è poi il nodo del ruolo dei pubblici ministeri. Un Csm separato per i pm, sostengono i critici della riforma, rischierebbe di trasformare questa figura in una sorta di “superpoliziotto” o, al contrario, di spingerla verso una maggiore dipendenza dal potere politico. Non è un caso che nel centrodestra emergano posizioni differenti: il vicepremier Antonio Tajani ha proposto di togliere ai pm la polizia giudiziaria, mentre il sottosegretario Alfredo Mantovano ha ammesso apertamente che la riforma punta a riequilibrare i rapporti tra politica e magistratura.
Ed è proprio questo il punto politico vero della partita.
Il referendum, al di là delle questioni tecniche, è diventato il terreno su cui si misura un conflitto più profondo tra due visioni dello Stato: da una parte chi ritiene che la magistratura abbia accumulato nel tempo un potere eccessivo; dall’altra chi teme che la politica stia tentando di ridurre i controlli sul proprio operato.
Eppure, mentre questo scontro si consuma nei talk show e nei comunicati dei partiti, resta la sensazione che i problemi reali della giustizia restino sullo sfondo. I processi continuano a durare anni, le carceri restano sovraffollate, migliaia di lavoratori della giustizia vivono in condizioni di precarietà. Questioni concrete che difficilmente troveranno soluzione in una battaglia referendaria sempre più politicizzata.
Alla fine, dunque, il rischio è che il referendum sulla giustizia si trasformi nell’ennesimo plebiscito pro o contro il governo. Non una discussione sul funzionamento dello Stato, ma una prova di forza tra maggioranza e opposizione.
E allora sì, torna la sensazione iniziale: forse della giustizia, quella vera, importa meno di quanto si dica. Perché nella politica italiana, troppo spesso, le riforme diventano solo un mezzo per consolidare il potere o per tentare di conquistarlo. E mentre i partiti litigano, i cittadini continuano ad aspettare una giustizia che funzioni davvero.


