a cura di Lorenzo Grimani
Lorenzo Grimani: Sei conosciuto soprattutto come musicologo, in particolare per il tuo lavoro di riscoperta e studio di Domenico Cimarosa, e come direttore d’orchestra. Da qualche tempo, però, alla tua attività si è affiancata anche quella di compositore. Come nasce questa “terza voce”?
Simone Perugini: Più che una nuova voce, direi una voce che ha sempre sussurrato e che a un certo punto ha deciso di farsi sentire meglio. Studiare Cimarosa così a fondo, frequentare quotidianamente il suo teatro musicale, le sue soluzioni drammaturgiche, il suo senso del tempo e dell’ironia, significa entrare in un’officina creativa viva. A un certo punto la musica smette di essere solo oggetto di studio o di interpretazione e diventa un linguaggio da usare in prima persona. La composizione è arrivata in modo naturale, senza strappi.
L. G.: In che modo il musicologo e il direttore d’orchestra influenzano il tuo modo di comporre?
S. P.: In modo piuttosto invadente, direi. Il musicologo pretende coerenza, consapevolezza stilistica, attenzione al dettaglio e al non detto. Il direttore d’orchestra, invece, mi ricorda che la musica deve respirare, funzionare nel tempo reale, avere un senso teatrale concreto. Il compositore sta nel mezzo e cerca di far convivere tutto senza far scoppiare una rissa. Ogni tanto ci riesce, ogni tanto no… ma fa parte del gioco.
L. G.: Un ambito importante della tua attività compositiva riguarda le musiche per booktrailer, in particolare per i romanzi di Marco Vichi e Leonardo Gori. Come ti avvicini a questo tipo di scrittura?
S. P.: Il booktrailer è una forma di teatro concentratissimo. La musica non deve raccontare la storia, ma creare un clima, un’aspettativa, una risonanza emotiva. È una scrittura per allusione, per sottrazione. In questo senso, l’esperienza operistica e teatrale – soprattutto quella settecentesca – è preziosa: bastano pochi gesti musicali giusti per evocare un mondo intero.
L. G.: Partiamo da Marco Vichi. Hai composto le musiche per più di un suo booktrailer.
S. P.: Sì. Ho realizzato le musiche per Occhi di bambina (Guanda) e, più recentemente, per Notti nere, la nuova avventura del commissario Bordelli pubblicata da Guanda. Con Marco c’è un dialogo molto naturale: la sua scrittura ha un ritmo interno fortissimo, fatto di malinconia, ironia e profonda umanità. La musica deve saper stare dentro questo equilibrio delicato senza romperlo.
L. G.: Occhi di bambina e Notti nere sono però libri molto diversi. Come cambia la musica?
S. P.: Cambia parecchio. In Occhi di bambina ho lavorato su una fragilità apparente, su una scrittura che sembra lieve ma è attraversata da un’inquietudine costante. Elefantino rosa (per Marco) nasce proprio da questo contrasto: qualcosa che sembra quasi innocente, ma che non lo è mai fino in fondo.
Notti nere, invece, chiede una musica più scura, più notturna, più trattenuta. Bordelli è un personaggio complesso, disilluso, ironico, e la musica deve camminargli accanto senza precederlo. Niente enfasi, niente sentimentalismi: solo atmosfera, tensione interna, silenzi che pesano quanto i suoni.
L. G.: Nei booktrailer il rapporto tra musica, immagini e parola è fondamentale. Quanto conta questo dialogo nel tuo lavoro?
S. P.: È centrale. In tutti i booktrailer il montaggio video e la splendida voce recitante sono di Sandra Tedeschi, e questo fa una differenza enorme. La sua voce non è mai neutra: ha una musicalità propria, un’intelligenza del testo e del tempo che dialoga naturalmente con la musica. Devo dire che la sua voce mi ispira moltissimo: spesso compongo già “sentendola” mentalmente, come se fosse uno strumento aggiunto, capace di guidare il respiro stesso della partitura.
L. G.: Possiamo dire che, attraverso questi lavori, hai costruito una sorta di ritratto musicale dell’universo narrativo di Marco Vichi?
S. P.: Sì, credo di sì. Ogni booktrailer è autonomo, ma insieme formano una piccola costellazione coerente. Cambiano le storie e i personaggi, ma resta una stessa attenzione per l’umano, per le zone d’ombra, per ciò che non viene detto esplicitamente. In fondo, è un approccio molto vicino a quello che richiede la musica teatrale del passato: sembra tutto semplice, ma è di una complessità enorme.
L. G.: E Leonardo Gori? Il suo mondo narrativo ha un rapporto molto forte con la Storia.
S. P.: Esatto. Per Il vento di giugno, pubblicato da TEA Edizioni, la musica doveva confrontarsi con la memoria, con il peso del passato che continua a riverberare nel presente. Ho scelto una scrittura più sospesa, quasi trattenuta, dove il suono sembra portare con sé una stratificazione temporale. È una musica che non vuole commuovere subito, ma insinuarsi lentamente, come un pensiero che ritorna.
L. G.: Ti senti più musicologo che compone o compositore che conosce troppo bene la musica del passato?
S. P.: Dipende dall’ora del giorno. Al mattino vince il musicologo, nel pomeriggio il direttore d’orchestra, la sera il compositore prende il sopravvento. L’importante è che non parlino tutti insieme, altrimenti non se ne esce vivi. In quei casi l’unica soluzione è chiudere il pianoforte, posare la partitura e concedersi una pausa molto umana… possibilmente in buona compagnia…

