Il 29 gennaio 2026 la Presidenza della Corte penale internazionale (“CPI”) ha trasmesso al Presidente dell’Assemblea degli Stati Parte la “Decisione della Camera preliminare I di deferire la mancata cooperazione dell’Italia rispetto a una richiesta di cooperazione all’Assemblea degli Stati Parte”, datata 26 gennaio 2026, sottoponendo così la questione all’Assemblea degli Stati Parte in conformità con la regola 109(4) del Regolamento della Corte.
Il 17 ottobre 2025 la Camera preliminare I aveva emesso una “Decisione sulla mancata cooperazione dell’Italia rispetto a una richiesta di cooperazione”, nella quale ha accertato che l’Italia non ha adempiuto ai propri obblighi internazionali ai sensi dello Statuto di Roma, impedendo alla Corte di esercitare le proprie funzioni e i propri poteri previsti dallo Statuto, “[non] dando corretta esecuzione alla richiesta della Corte di arresto e consegna del sig. Njeem mentre si trovava sul territorio italiano, e non avviando consultazioni né cooperando con la Corte per risolvere eventuali problematiche derivanti dalla formulazione del mandato di arresto e dalla presunta richiesta concorrente di estradizione”.In conformità con la risoluzione dell’Assemblea ICC-ASP/17/Res.5, allegato II, paragrafo 14(c), un rappresentante dell’Italia è stato invitato alla riunione del Bureau dell’Assemblea del 1° aprile 2026 per discutere le implicazioni della decisione della Corte in merito alla mancata cooperazione e per illustrare le modalità con cui intende cooperare con la Corte in futuro.Ai sensi del paragrafo 15 del medesimo allegato, il Bureau presenterà alla prossima sessione dell’Assemblea una relazione sulle azioni intraprese, corredata da eventuali raccomandazioni.
L’Assemblea degli Stati Parte è l’organo di supervisione gestionale e legislativa della CPI. È composta dai rappresentanti degli Stati che hanno ratificato o aderito allo Statuto di Roma.
Per ulteriori informazioni è possibile contattare l’Assemblea degli Stati Parte all’indirizzo email asp@icc-cpi.int
Fonte: Assemblea degli Stati Parte.


Quello sopra riportato è il comunicato del Deferimento da parte della Presidenza della Corte penale internazionale della mancata cooperazione dell’Italia all’Assemblea degli Stati Parte diffuso quest'oggi.

C’è un momento preciso in cui la propaganda si schianta contro la realtà. E quel momento, per il governo guidato da Giorgia Meloni, è arrivato con il deferimento dell’Italia alla Corte penale internazionale. Non un dettaglio tecnico, non una disputa tra giuristi: ma una certificazione ufficiale di mancata cooperazione, nero su bianco.

Il punto è semplice, e proprio per questo devastante: l’Italia, firmataria dello Statuto di Roma, non ha rispettato i propri obblighi internazionali. La Corte lo dice senza giri di parole: Roma non ha eseguito correttamente una richiesta di arresto e consegna, e non ha nemmeno attivato un confronto serio con l’Aia per risolvere eventuali criticità. Tradotto: non solo non ha fatto ciò che doveva, ma non ha neppure provato a rimediare.

E ora il caso finisce davanti all’Assemblea degli Stati Parte, cioè l’organo politico che supervisiona la Corte. Una vetrina internazionale, ma di quelle che espongono le figuracce, non i successi. L’Italia, Paese fondatore del diritto internazionale moderno, si ritrova sul banco degli imputati istituzionali. Non per un cavillo, ma per aver ostacolato — di fatto — l’azione della giustizia penale internazionale.

Il governo Meloni ha costruito la propria narrazione su una parola: sovranità. Ma qui il nodo viene al pettine. Perché la sovranità, in uno Stato che firma trattati internazionali, significa anche rispettarli. Non a intermittenza, non “quando conviene”, non a uso e consumo della propaganda interna.

Il risultato di questa linea è sotto gli occhi di tutti: isolamento e perdita di credibilità. Quando un Paese ignora un mandato della CPI, non sta semplicemente scegliendo una strada politica: sta mandando un messaggio preciso alla comunità internazionale. E cioè che le regole valgono per gli altri, ma non per sé.

Il passaggio più grave del documento della Corte è quello che sottolinea come l’Italia abbia impedito alla CPI di esercitare le proprie funzioni. Non è un dettaglio tecnico: è un’accusa politica e istituzionale pesantissima.

E allora la domanda è inevitabile: chi paga questo danno?
Non certo i membri del governo, che continueranno a parlare di “difesa dell’interesse nazionale”. A pagare è la credibilità del Paese, la sua affidabilità nei consessi internazionali, la sua capacità di chiedere rispetto delle regole quando altri le violano.

Perché la politica estera non è uno slogan. È una catena di fiducia. E quella catena, oggi, presenta una crepa evidente.

C’è poi un aspetto ancora più inquietante. Se uno Stato come l’Italia può permettersi di ignorare una richiesta della Corte senza conseguenze immediate, quale messaggio si manda ai Paesi che già guardano con sospetto al diritto internazionale?

Si apre una falla. E le falle, in questo campo, diventano rapidamente precedenti.

Colpisce, infine, il silenzio politico. Nessuna assunzione di responsabilità chiara, nessuna spiegazione pubblica convincente. Solo la solita strategia: minimizzare, rinviare, spostare il dibattito altrove.

Ma il deferimento resta. Ed è un atto formale, non una polemica giornalistica. È scritto, registrato, trasmesso.

E racconta una verità scomoda: l’Italia, sotto questo governo, ha scelto di piegare il diritto internazionale alle esigenze della politica interna.

Una scelta che può portare consenso nel breve periodo, ma che nel lungo lascia solo una cosa: un Paese più isolato, meno credibile e — soprattutto — meno rispettato