Il Duomo di Nola gremito, la bara bianca portata a spalla dal padre, migliaia di persone in silenzio. L’Italia si è fermata per salutare Domenico Caliendo, il bambino di appena due anni morto dopo un trapianto di cuore fallito all’ospedale Monaldi di Napoli, in una vicenda segnata da errori e da una tragedia che ha commosso l’intero Paese.

Le campane hanno suonato mentre il feretro entrava in cattedrale e la folla ha accompagnato l’ultimo saluto con un lungo applauso. Una scena di dolore autentico, accompagnata da centinaia di palloncini bianchi lanciati in cielo. 

In mezzo a quel dolore, però, si è inserita anche la politica. In prima fila, tra le autorità, c’era la presidente del Consiglio Giorgia Meloni

Ed è qui che nasce il paradosso.

È evidente che la presenza delle istituzioni a un funerale di Stato o a una tragedia nazionale non sia, di per sé, una colpa. Ma ciò che colpisce in questo caso è il contesto.

Il caso del piccolo Domenico è diventato un simbolo nazionale: settimane di cronache, indignazione pubblica, interrogativi sulla sanità, sull’organizzazione dei trapianti e sulla catena degli errori che ha portato a un cuore inutilizzabile e alla morte di un bambino.

È proprio quando una tragedia assume una dimensione nazionale che la politica spesso scopre improvvisamente il dovere della “vicinanza”. Ma quella vicinanza, troppo spesso, arriva solo quando le telecamere sono già accese.

Così, mentre migliaia di cittadini si stringevano davvero alla famiglia, l’arrivo della premier ha inevitabilmente trasformato un momento di lutto in un evento politico-mediatico.

Una presenza che rischia di apparire come l’ennesima passerella istituzionale: la politica che si presenta nel momento del dolore, ma che spesso è assente quando si tratta di affrontarne le cause. Perché se è giusto piangere Domenico, è ancora più giusto chiedersi perché tragedie del genere possano accadere.

E qui entra in gioco la responsabilità politica.

Negli ultimi anni, il sistema sanitario pubblico italiano è stato progressivamente indebolito da scelte di bilancio che hanno ridotto gli investimenti e aggravato la carenza di personale, strutture e organizzazione. Una realtà denunciata da medici, sindacati e operatori sanitari in tutto il Paese.

Ed è proprio il governo guidato da Giorgia Meloni che, con la legge di bilancio precedente, ha ridotto significativamente la crescita della spesa sanitaria rispetto alle necessità reali del sistema.

Poi, la stessa Meloni responsabile di aver ridotto significativamente le risorse della sanità pubblica si presenta poi in prima fila ai funerali di un bambino morto a causa di malasanità.

Domenico non è una bandiera politica, né un’occasione per le foto istituzionali. Era un bambino di due anni. Un figlio. Un sorriso che non c’è più. Il modo migliore per onorarlo non è presenziare al suo funerale. È fare in modo che tragedie simili non accadano più.

E questo non si fa con le passerelle. Si fa con scelte politiche serie, con investimenti veri nella sanità pubblica e con la responsabilità di chi governa.

Perché il dolore di una famiglia non dovrebbe mai diventare un palcoscenico.