Un uomo di 42 anni con diabete di tipo 1 è diventato il primo paziente al mondo a ricevere un trapianto di cellule pancreatiche geneticamente modificate per produrre insulina senza essere attaccate dal sistema immunitario. L’intervento, descritto sulle pagine del New England Journal of Medicine, rappresenta una svolta potenziale nel trattamento del diabete e, più in generale, delle malattie autoimmuni.
Nel diabete di tipo 1, il sistema immunitario distrugge le cellule beta del pancreas, responsabili della produzione di insulina. Chi riceve un trapianto di isole pancreatiche o di cellule derivate da staminali deve ricorrere a farmaci immunosoppressori per tutta la vita. Questi medicinali evitano il rigetto, ma espongono i pazienti a un rischio aumentato di infezioni e tumori.
L’obiettivo della ricerca internazionale è dunque trovare strategie di trapianto che permettano alle nuove cellule di sopravvivere senza bisogno di immunosoppressione.
Il team guidato da Per-Ola Carlsson dell’Università di Uppsala (Svezia) ha trapiantato nell’avambraccio del paziente circa 80 milioni di cellule pancreatiche provenienti da un donatore deceduto e modificate con la tecnologia di editing genetico CRISPR.
Le cellule avevano due caratteristiche chiave:
- Mimetismo immunitario: due geni legati alla produzione di proteine che le rendono visibili al sistema immunitario sono stati disattivati.
- Protezione attiva: in alcuni casi, è stato potenziato un gene che riduce l’aggressività dei linfociti T killer e dei macrofagi, le cellule “soldato” che attaccano i tessuti percepiti come estranei.
- A tre mesi dall’infusione, le cellule erano ancora vive e funzionanti. Non sono stati rilevati segni di rigetto né anticorpi contro le cellule trapiantate.
Prima dell’intervento, l’uomo non produceva più insulina naturale e dipendeva completamente dalle iniezioni quotidiane. Dopo il trapianto, si è registrato un aumento — seppur modesto — della produzione di insulina in risposta ai pasti.
Le cellule forniscono però solo circa il 7% del fabbisogno complessivo: troppo poco per abbandonare le terapie convenzionali. Il paziente continuerà quindi a usare l’insulina esogena, mentre sarà monitorato per un anno e potrà ricevere ulteriori infusioni.
Il caso apre nuove prospettive per i trapianti di cellule destinate a pazienti con diabete di tipo 1. Se la sicurezza della procedura verrà confermata, si potrà pensare di estenderla ad altri malati.
Parallelamente, diversi gruppi di ricerca stanno sperimentando l’uso di cellule staminali riprogrammate per generare un numero maggiore di cellule pancreatiche capaci di produrre insulina.
Non si tratta ancora di una cura, ma il risultato di Uppsala mostra che è possibile aggirare l’ostacolo più grande: la dipendenza dagli immunosoppressori. Un passo che potrebbe cambiare radicalmente il trattamento del diabete di tipo 1.


