Mentre gli abitanti palestinesi di Sebastia, a nord di Nablus, si riuniscono d'urgenza per difendere ciò che resta della loro terra, Israele mette in scena l'ennesima operazione di espropriazione mascherata da tutela culturale. Il copione è ormai noto: si parla di “sviluppo”, di “restauro”, di “valorizzazione archeologica”. La realtà, invece, è una brutale appropriazione coloniale, condotta con la complicità attiva di istituzioni accademiche e archeologi pronti a sacrificare ogni principio etico pur di servire il potere.

Il piano annunciato dall'Amministrazione Civile israeliana il 19 novembre è devastante: 550 proprietà private palestinesi confiscate, circa 1.800 dunam sottratti a una comunità che da secoli vive di quella terra. Migliaia di ulivi — simbolo di radicamento, continuità e sopravvivenza — destinati a essere sradicati. Non per necessità pubblica, non per proteggere un bene comune, ma per consolidare il controllo territoriale israeliano sulla Cisgiordania occupata.

La beffa è che Sebastia è davvero un sito archeologico straordinario. Proprio per questo l'operazione è ancora più scandalosa. La sua ricchezza storica, stratificata e plurale, viene ridotta a strumento ideologico: si estrae selettivamente ciò che serve a sostenere una narrazione nazionalista, mentre si cancella la presenza palestinese, passata e presente. L'archeologia, invece di interrogare la storia, viene piegata a riscriverla.

Nel frattempo, a migliaia di chilometri di distanza, archeologi israeliani partecipano con disinvoltura alla conferenza annuale dell'American Society of Overseas Research a Boston. Un contesto che pretende di essersi emancipato dal passato coloniale della disciplina, ma che continua ad accogliere senza problemi professionisti direttamente coinvolti in progetti di occupazione e annessione. La contraddizione è grottesca: mentre si discute di etica accademica nei salotti internazionali, sul terreno l'archeologia viene usata come giustificazione per la violenza di Stato.

Dal maggio 2023, con lo stanziamento di 32 milioni di shekel per il “restauro” del sito, Israele ha accelerato l'occupazione di Sebastia. Nel luglio 2024 l'esercito ha occupato la collina di Tel Sebastia con il solito pretesto della “sicurezza”. Da lì, l'espansione è stata inevitabile. Le obiezioni legali palestinesi, basate sul diritto internazionale che vieta l'uso militare dei beni culturali, sono state respinte senza esitazione. La legge, quando intralcia l'annessione, viene semplicemente ignorata.

Il ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu ha celebrato pubblicamente l'esproprio con un linguaggio apertamente razzista e incendiario. Parlare di “eredità da non consegnare agli assassini” non è solo propaganda: è la dichiarazione esplicita di un progetto suprematista che usa la storia come clava politica. Altro che tutela del patrimonio.

Il nuovo piano prevede strade riservate ai coloni, un centro visitatori israeliano, recinzioni, biglietti d'ingresso. In pratica, Sebastia verrà trasformata in un parco tematico coloniale, da cui i palestinesi — i legittimi custodi di quella terra — saranno esclusi. Il sito archeologico verrà fisicamente e simbolicamente separato dal villaggio, spezzando un legame storico che nessuna ruspa potrà mai “restaurare”.

Sebastia non è un'eccezione. È solo l'ultimo capitolo di una strategia di lunga data: dalla Città di David a Gerusalemme Est, a Susya, Nabi Samwil, Shiloh. Ovunque, l'archeologia israeliana viene mobilitata per svuotare territori palestinesi, legittimare insediamenti illegali e consolidare il controllo militare. Un processo che può essere chiamato senza esitazioni per quello che è: pulizia archeologica.

Gran parte della comunità archeologica israeliana ha abbandonato ogni parvenza di indipendenza scientifica. Collabora con coloni e autorità militari, partecipa a conferenze governative, accetta finanziamenti e privilegi. E soprattutto rifiuta qualsiasi seria autocritica. Le risoluzioni dell'UNESCO, le prese di posizione dell'ONU, i pareri della Corte Internazionale di Giustizia vengono sistematicamente ignorati. L'etica professionale è diventata un fastidio da aggirare.

Quando arrivano le critiche internazionali, la risposta è sempre la stessa: vittimismo e accuse di antisemitismo. Una tattica cinica che serve a silenziare il dibattito e a evitare il nodo centrale: è legittimo scavare in territori occupati contro la volontà delle comunità locali? È accettabile collaborare con un progetto di colonizzazione? Finché queste domande resteranno senza risposta, ogni pretesa di neutralità scientifica sarà una farsa.

La Cisgiordania ospita oltre 6.000 siti archeologici. In qualunque altro contesto sarebbero una ricchezza condivisa. Per i palestinesi, invece, sono diventati una minaccia: ogni sito può trasformarsi in un pretesto per l'esproprio, la militarizzazione, l'espulsione. La storia palestinese viene cancellata o lasciata marcire, mentre frammenti selezionati del passato vengono usati per giustificare un futuro di dominio esclusivo.

L'archeologia, in questo quadro, non è più una scienza. È un'arma. Un ingranaggio della stessa macchina di oppressione fatta di coloni armati, checkpoint, restrizioni di movimento e spoliazione quotidiana.

Se gli archeologi israeliani vogliono davvero essere presi sul serio dalla comunità accademica internazionale, devono smettere di fare da foglia di fico a un progetto coloniale. Continuare così significa rinunciare non solo alla credibilità scientifica, ma a qualsiasi pretesa di integrità morale. Sebastia è lì a dimostrarlo, sotto gli ulivi sradicati e le rovine recintate: la storia non assolve chi la usa per opprimere.