Economia

Pensioni, la beffa generazionale: lo Stato rompe il patto sociale sui nati tra il 1961 e il 1967!

Secondo le ultime proiezioni della Ragioneria generale dello Stato, l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni e 6 mesi nel 2029 e a 67 anni e 8 mesi nel 2031, in base al meccanismo automatico introdotto dalla Legge Fornero, che lega l’uscita dal lavoro all’aspettativa di vita certificata dall’Istat. Lo stesso meccanismo comporta anche un progressivo aumento degli anni di contribuzione richiesti per la pensione anticipata.

Ora, c’è una generazione che il sistema pensionistico italiano sta trattando come carne da macello.

Sono i lavoratori nati tra il 1961 e il 1967, quelli che oggi hanno 35, 38 o più anni di contributi e che vengono sistematicamente ignorati ogni volta che si parla di pensioni.

Questi lavoratori hanno iniziato a lavorare in un mercato del lavoro che non offriva grandi flessibilità tipo lo smart working allargato e la settimana corta! Hanno attraversato ristrutturazioni, crisi industriali, blocchi salariali e contratti sempre più poveri.

Oggi si sentono dire che devono lavorare ancora, perché “lo dice la speranza di vita”. Una formula fredda che cancella storie lavorative lunghe, faticose e sottopagate.

Per loro la retorica dei fondi pensione è quasi offensiva. Con stipendi medi troppo bassi, spesso compressi da decenni di stagnazione salariale, non esiste la possibilità economica di versare contributi aggiuntivi per una pensione integrativa, e non esiste neppure la possibilità temporale: mancano pochi anni alla pensione, troppo pochi perché la previdenza integrativa possa davvero compensare il disastro economico e sociale provocato dalle riforme Dini/Fornero, poi e avallate e oggi peggiorate dal governo Meloni.

È paradossale che a questa fascia di lavoratori venga chiesto di “tirare la cinghia”, quando è proprio quella che meno ha beneficiato delle innovazioni organizzative. Lo smart working è arrivato solo negli ultimissimi anni e in modo diseguale; la settimana corta è una conquista recente e limitata a pochi settori. Per decenni hanno lavorato in presenza, con orari rigidi, senza ammortizzatori moderni. Ora dovrebbero pagare anche il conto finale.

Qui entra in gioco il tema dei diritti acquisiti, che troppo spesso viene liquidato come un residuo del passato. Non lo è. Chi ha costruito la propria carriera sotto un sistema che prevedeva pensione a 65 anni e calcolo retributivo ha fatto scelte di vita, di consumo e di risparmio coerenti con quelle regole. Cambiarle a pochi anni dal traguardo non è riformismo: è rottura del patto sociale.

Continuare ad alzare l’asticella significa colpire sempre gli stessi: chi ha già dato tutto ciò che poteva dare. A questi lavoratori non servono nuovi meccanismi “automatici” né soluzioni tecnocratiche. Serve una scelta politica chiara: riconoscere la pensione a 65 anni, con il metodo retributivo, senza deroghe e senza un giorno in più.

Perché il vero scandalo non è l’invecchiamento della popolazione, non è la denatalità o la colpa di campare più a lungo, ma uno Stato che pretende flessibilità solo da chi non ne ha più. E che, in nome dei conti, rischia di perdere definitivamente la fiducia di una generazione che ha lavorato una vita intera rispettando le regole.

Autore Gregorio Scribano
Categoria Economia
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