Il genocidio a Gaza non è solo responsabilità del governo Netanyahu ma anche della società israeliana che accetta di collaborare a un meccanismo di distruzione
Gaza City brucia. Dopo settimane di bombardamenti incessanti, l'esercito israeliano ha avviato l'offensiva terrestre che da tempo annunciava. L'operazione è stata definita dalle autorità un'intensificazione, ma le immagini che arrivano dalla Striscia raccontano altro: ospedali ridotti a macerie, bambini ricoperti di cenere, famiglie in fuga senza meta.
Dietro questo scenario si intrecciano due elementi: la realtà delle vittime civili e il peso della giustizia internazionale. La Corte Penale Internazionale (CPI) ha infatti emesso un mandato d'arresto nei confronti del Primo Ministro Benjamin Netanyahu per presunti crimini contro l'umanità.
Gaza City: ospedali distrutti e vite sospese
I bombardamenti hanno colpito scuole, strutture sanitarie e quartieri residenziali. Le organizzazioni umanitarie parlano di crisi sanitaria totale: ospedali costretti a chiudere, corridoi umanitari impraticabili, medici che operano senza forniture e spesso senza elettricità.
Le testimonianze descrivono corridoi pieni di bambini feriti, genitori che scavano tra le macerie per ritrovare i figli, paramedici che stringono corpi senza vita sperando in un respiro. Non è un caso isolato: è un modello, un sistema organizzato di annientamento.
Non "danni collaterali": una strategia di annientamento
Non siamo di fronte a errori o fatalità. Quando gli attacchi diventano sistematici e mirano a infrastrutture vitali — ospedali, scuole, reti idriche — si tratta di strategie di guerra pianificate. Il linguaggio ufficiale parla di "operazioni" e "pressione militare", ma il risultato concreto è la distruzione della popolazione civile.
La giustificazione più diffusa è quella dei prigionieri israeliani nelle mani di Hamas: si sostiene che solo la pressione militare possa liberare gli ostaggi. Ma questa logica si contraddice da sola: bombardare ospedali e quartieri residenziali significa mettere in pericolo anche gli stessi ostaggi, annullando la narrativa ufficiale.
Il silenzio di una società divisa ma obbediente
Israele è un Paese frammentato — religiosi contro laici, coloni contro progressisti, kibbutznik contro cittadini urbani. Eppure, davanti al conflitto, emerge una sorprendente compattezza: la disponibilità a sostenere l'offensiva senza mettere in discussione le sue basi morali.
E qui sta la domanda cruciale: dove sono i grandi movimenti di rifiuto? Perché, dopo due anni di massacri, solo pochi obiettori di coscienza hanno scelto il carcere pur di non partecipare? La quasi totale assenza di un'opposizione di massa dentro Israele mostra come la guerra non sia solo il progetto dei leader, ma un fatto sociale radicato.
L'urgenza della disobbedienza civile
Il testo da cui nasce questa analisi lancia un appello radicale: la disobbedienza civile come primo passo per fermare il massacro.
- Rifiutare di indossare l'uniforme.
- Rifiutare l'indifferenza quotidiana.
- Rifiutare di accettare il linguaggio che nasconde la realtà.
La responsabilità non è solo dei vertici politici o militari, ma anche della società che accetta di collaborare, direttamente o indirettamente, a un meccanismo di distruzione.
"Denazificazione": una parola forte per un compito storico
Il termine è provocatorio, ma colpisce nel segno: ciò che serve non è un semplice cambio di governo, ma una trasformazione strutturale della società israeliana.
Significa smontare:
- le ideologie di supremazia etnica;
- le istituzioni che le hanno legittimate;
- la narrazione storica che ha cancellato la Nakba, le espulsioni, le espropriazioni e i massacri.
La memoria non può più essere negata. Solo affrontando le responsabilità storiche si può creare un terreno fertile per un futuro diverso.
Due futuri possibili: genocidio o democrazia reale
La scelta si riduce a due modelli:
- Uno Stato etno-nazionalista, messianico, basato sulla supremazia e sulla violenza.
- Uno Stato democratico per tutti i cittadini, senza distinzioni etniche o religiose.
Non esistono vie intermedie. Parlare di "Stato ebraico e democratico" si è dimostrato un paradosso: è stata proprio questa contraddizione a legittimare le condizioni che hanno portato al conflitto attuale.
Rompere il ciclo del massacro
Gaza City ci mostra il volto crudo della guerra. Non bastano più le analisi neutrali o i report diplomatici: serve uno sguardo diretto, senza eufemismi.
L'appello è chiaro: rifiutare di partecipare, rifiutare il silenzio, rifiutare la complicità. Solo così sarà possibile avviare una trasformazione profonda, capace di interrompere il ciclo di violenza e aprire la strada a una convivenza politica fondata sui diritti e sull'uguaglianza.
Non si tratta soltanto di fermare l'offensiva: si tratta di decidere se restare prigionieri di un sistema che produce genocidio, o costruire finalmente un futuro democratico, reale e condiviso.
Questo è il riassunto dell'articolo di Orly Noy pubblicato su +972 Magazine il 18 settembre:
Israel is waging a holocaust in Gaza. Denazification is our only remedy
L'immagine mostra il bombardamento israeliano con conseguente distruzione del principale centro medico della Palestinian Medical Relief Society a Gaza City (22 settembre 2025)