Massacro in Congo: 43 morti durante una funzione religiosa. Il silenzio del mondo davanti all’orrore jihadista.
Il 27 luglio, nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, si è consumato l’ennesimo massacro nel silenzio quasi totale della comunità internazionale. 43 persone — tra cui 19 donne, 15 uomini e 9 bambini — sono state brutalmente uccise a colpi di arma da fuoco e machete durante una funzione religiosa. Gli aggressori? Le milizie jihadiste delle ADF (Allied Democratic Forces), un gruppo armato di origine ugandese affiliato all’ISIS, attivo da anni nell’area orientale del Congo con l’obiettivo dichiarato di instaurare un califfato e, come sempre, mettere le mani sulle immense risorse del sottosuolo congolese.
Secondo le ricostruzioni delle autorità locali e delle ONG presenti sul campo, tra cui Cepadho, gli attacchi sono avvenuti contemporaneamente nei villaggi di Masala, Mambelenga e nella città di Komanda. Le ADF si sono divise in gruppi per colpire in modo coordinato, aumentando l’impatto dell’azione e seminando il panico. È una strategia di terrore già vista, ripetuta da anni con precisione chirurgica. Dal 2014 a oggi, secondo le Nazioni Unite, le vittime civili causate da queste milizie jihadiste superano le 7.000 unità.
Ma c’è di più: questi non sono attacchi casuali. Sono mirati, deliberati, ideologicamente motivati. Le vittime sono quasi sempre cristiani — in un Paese in cui circa il 95% della popolazione professa il cristianesimo. Chiese incendiate, pastori giustiziati, fedeli massacrati durante le celebrazioni religiose. Non è “guerra asimmetrica”, non è “instabilità regionale”: è persecuzione religiosa vera e propria.
La Repubblica Democratica del Congo è tecnicamente in guerra da oltre trent’anni. Una guerra a bassa intensità, sì, ma a distruttività altissima. Secondo Oxfam Italia, sono più di 100 i gruppi armati che operano nell’Est del Paese, motivati da un miscuglio letale di interessi economici (oro, legname, minerali), rivalità etniche, vuoto istituzionale e interferenze esterne. Le province del Nord Kivu e dell’Ituri sono tra le più colpite: milioni di sfollati vivono in condizioni disumane, senza accesso a cure mediche, istruzione o sicurezza. Lo Stato è quasi inesistente, l’esercito spesso complice, e la presenza internazionale è ridotta all’osso.
In questo scenario di desolazione e barbarie, la Chiesa cattolica rappresenta una delle pochissime presenze stabili e coerenti sul territorio. I missionari e i religiosi continuano a prestare assistenza, a fornire supporto psicologico, spirituale e materiale alle popolazioni colpite, pur sapendo di essere bersagli diretti degli attacchi. La loro tenacia è un’anomalia virtuosa in un contesto segnato dall’indifferenza e dal disimpegno.
Il dato più sconvolgente, tuttavia, non è solo il numero delle vittime o la ferocia degli attacchi. È il silenzio. Famiglia Cristiana lo dice chiaramente: «La comunità internazionale tace». E ha ragione. L’Europa è distratta da altre crisi, più mediatiche o più vicine. L’ONU ha ridotto la sua presenza militare nella regione. L’Unione Africana, paralizzata da interessi divergenti, non riesce a esercitare alcuna pressione reale. Le rare condanne, quando arrivano, sono tardive e formali. Nessuno si assume la responsabilità di proteggere milioni di esseri umani abbandonati alla violenza.
Il massacro del 27 luglio non è un episodio isolato. È solo l’ultima tacca in una lunga serie di crimini impuniti che si consumano nell’ombra. La Repubblica Democratica del Congo è una ferita aperta nel cuore dell’Africa, e l’Occidente — che non ha mai esitato a saccheggiarne le risorse — oggi si volta dall’altra parte. Ma ignorare un genocidio a fuoco lento non lo rende meno reale. Lo rende solo più vergognoso.
(Fonte adista.it)


