Il discorso di Antonio Tajani alla Camera sulla partecipazione dell'Italia al cosiddetto Board of Peace di Trump è stato un esercizio di autocelebrazione del governo Meloni che non regge alla prova dei fatti. Toni solenni, richiami alla pace, all'articolo 11 della Costituzione, al multilateralismo. Ma sotto la superficie, restano contraddizioni politiche e giuridiche che l'esecutivo continua a evitare, umiliando se stesso (ecchissenefrega!), ma prima di tutto l'Italia.

Tajani ha dipinto il nostro Paese come protagonista instancabile di un processo di pace per il conflitto a Gaza fondato sulla risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza e sul “Piano in venti punti” promosso dagli Stati Uniti. Peccato che l'intero impianto del suo intervento si fondi su un presupposto discutibile: l'idea che quel piano sia l'unica strada possibile e che chiunque sollevi dubbi "non faccia i conti con la realtà". Nella sostanza, quel presunto piano di pace è una vergognosa messinscena con cui il criminale di Washington ha convinto il criminale di Tel Aviv (Netanyahu) e la sua banda (l'attuale governo da lui preceduto) a continuare in forma ridotta il genocidio ancora in corso a Gaza per facilitare il piano di pulizia etnica della Striscia... senza dimenticare che è in corso anche quello a Gerusalemme est e in Cisgiordania.

Il Board of Peace, inoltre, indicato per porre fine al conflitto a Gaza, magicamente, è poi  diventato un ONU alternativo, di cui Trump tiene le fila invitando chi vuole e approvando risoluzioni che devono sempre e comunque avere il suo placet. Chiunque sano di mente e rispettoso della democrazia e del diritto internazionale dovrebbe rispondere a questo organismo e a qualsiasi invito a parteciparvi con una sonora pernacchia... come hanno fatto - ad esempio - Francia, Regno Unito, Spagna...

Invece, non è stato così da parte della serva del sovranismo trumpiano, la profeta della "cultura" MAGA, la premier Giorgia Meloni.

Tra le assurdità dette dal ministro degli Esteri - uno dei tanti casi umani di questo governo di saltimbanchi - vi è anche il riferimento all'articolo 11 della Costituzione per giustificare la presenza italiana nel cosiddetto “Board of Peace”. Secondo il ministro, non partecipare sarebbe contrario allo spirito del ripudio della guerra. È un rovesciamento logico sorprendente.

L'articolo 11, infatti, consente la partecipazione ad organismi internazionali senza limitazioni di sovranità e in condizioni di parità per favorire un ordinamento che assicuri pace e giustizia fra le Nazioni.

E tanta era la necessità di dover compiacere il padrone, che la serva d'accatto - attuale presidente del Consiglio - ha annunciato che l'Italia aggirerà l'impedimento costituito dall'articolo 11 prendendovi parte come "osservatore", un modo per aggirare "l'ostacolo"! Da sottolineare che il "ruolo" di "osservatore" non esiste nell'organismo promosso e diretto da Washington, con Israele (nazione accusata di genocidio) formalmente coinvolto, e che non è neppure chiaro il quadro giuridico vincolante, i poteri effettivi, i meccanismi di controllo democratico (ammesso che esistano).

Cosa ci andiamo a fare, con quale ruolo, con che finalità, il disgraziatissimo Tajani non è stato in grado di spiegarlo... perché non lo sa neppure lui. Tanto è stato inadeguato nella sua relazione al Parlamento che prima ha dichiarato che andiamo lì per conoscere le cose senza doverle apprendere dalle agenzie, mentre successivamente ha detto che andiamo lì per discutere... come Paese osservatore!

Tajani parla di “tradizione di convinto sostegno al multilateralismo” per l'Italia. Ma l'impianto del discorso rivela una linea politica fortemente sbilanciata sull'asse transatlantico. "Europa e Stati Uniti sono due facce della stessa medaglia", ha affermato. L'Unione europea non è una dependance diplomatica americana. E l'Italia non è obbligata a trasformare ogni iniziativa statunitense in un automatismo politico. 

Il ministro ha insistito sul fatto che non esistano alternative concrete al piano sostenuto dagli Stati Uniti. È un'affermazione politica, non una verità giuridica. Esistono risoluzioni ONU precedenti, esiste il diritto internazionale umanitario, esistono obblighi chiari in materia di protezione dei civili e di occupazione. Ma nel discorso questi riferimenti sono stati del tutto ignorati.

A sprezzo del ridicolo, Tajani ha definito Gaza "cruciale per la nostra sicurezza nazionale". Non per il diritto dei palestinesi all'autodeterminazione, non per la tutela dei civili in quanto tali, ma per il 40 per cento dell'export che passa dal Mar Rosso e per i rischi migratori.

È legittimo che un governo tuteli interessi nazionali. Ma allora si abbia il coraggio di dirlo senza ammantare tutto di moralismo. Perché quando la crisi umanitaria diventa soprattutto un problema di rotte commerciali e di stabilità regionale funzionale ai nostri interessi, parlare di "ferite aperte" riferendosi ai palestinesi è ancor di più offensivo.

La cosiddetta "fase 2" del piano prevede il disarmo di Hamas e la smilitarizzazione della Striscia. Tajani la presenta come condizione imprescindibile. Nulla da eccepire sul principio: nessun processo di pace può convivere con il terrorismo.

Il problema è l'asimmetria. Nel discorso si condannano le "tentazioni di annessione" israeliane e le violenze dei coloni, ma senza indicare strumenti concreti, sanzioni, pressioni politiche equivalenti a quelle evocate per la parte palestinese. Si chiede a Israele di "porre un freno", ma non si chiarisce quale sarebbe la conseguenza di un eventuale rifiuto. Tra l'altro tale invito è sempre stato ignorato.

Il diritto internazionale non è un menù à la carte. Se si parla di smilitarizzazione e di riforme profonde per l'Autorità palestinese, occorre parlare con la stessa nettezza di responsabilità, proporzionalità nell'uso della forza, rispetto delle Convenzioni di Ginevra per lo Stato ebraico di Israele. Ma anche su questo Tajani non ha detto niente.

Il Parlamento viene informato, non realmente messo nelle condizioni di incidere. La linea è già tracciata dall'esecutivo e, soprattutto, dalle intese con Washington. Il confronto è stato più come un adempimento che come un passaggio sostanziale di indirizzo politico. Se Meloni è serva sciocca di Trump, la maggioranza parlamentare che la sostiene è serva sciocca di Meloni.

Nel discorso di Tajani, il ruolo di Giorgia Meloni è evocato come garanzia di coerenza e autorevolezza. Ma la linea del governo resta ambigua: sostegno alla soluzione dei due Stati, sì; ma nessun passo concreto verso il riconoscimento dello Stato palestinese. Condanna delle annessioni, sì; ma nessuna iniziativa per tradurre quella condanna in atti, come con la Russia nei confronti dell'Ucraina!

Si vuole essere ponte, mediatore, protagonista globale. Ma si evita accuratamente di assumere posizioni che possano dispiacere il padrone, Donald Trump.

La sequela di spropositi elencati da Tajani si è chiusa con l'idea di un'Italia "costruttrice di pace". È un'immagine nobile. Ma la pace non si costruisce solo partecipando ai tavoli o stanziando fondi. Si costruisce con coerenza giuridica, con trasparenza istituzionale, con scelte politiche che accettano anche il costo del dissenso.

Un esempio? Il rapporto della Democrazia Cristiana con gli Stati Uniti al tempo della Prima Repubblica: quella di allora era alleanza, quella di adesso è sudditanza.