Esteri

Yemen: la farsa della “stabilità” e l'ipocrisia della guerra tra alleati

A Mukalla non è andato in scena un errore militare. È andata in scena l'ennesima rappresentazione grottesca di una guerra che non ha più alcuna coerenza politica né morale. La coalizione guidata dall'Arabia Saudita ha bombardato un porto controllato da forze che, sulla carta, dovrebbero essere alleate. E lo ha fatto con una giustificazione che suona come una barzelletta tragica: “una minaccia imminente alla pace e alla stabilità”.

Pace e stabilità. Parole svuotate di significato dopo oltre dieci anni di guerra, 150.000 morti e una crisi umanitaria tra le peggiori al mondo. Invocarle mentre si distruggono veicoli militari arrivati su navi degli Emirati Arabi Uniti – partner ufficiali della stessa coalizione – è un insulto all'intelligenza prima ancora che alla realtà dei fatti.

Il raid su Mukalla è stato annunciato come “limitato”, quasi chirurgico, come se questo dovesse renderlo accettabile. Un avviso di evacuazione alle quattro del mattino, quindici minuti dopo le bombe. Nessuna vittima, per fortuna. Ma il punto non è il numero dei morti: è il messaggio politico devastante. La coalizione saudita bombarda ciò che ritiene una “escalation” senza nemmeno consultare gli Emirati, che si dichiarano “sorpresi” e negano persino la presenza di armi nel carico colpito.

Chi dice la verità? Forse nessuno. O forse tutti, ciascuno per la propria convenienza.

Secondo Riad, quei mezzi erano destinati alle forze del Consiglio di Transizione del Sud (STC), il movimento separatista che controlla buona parte del sud dello Yemen. Secondo Abu Dhabi, invece, quei veicoli erano per uso esclusivo delle proprie truppe. Due versioni inconciliabili che rivelano una cosa sola: la coalizione saudita non è una coalizione, ma un cartello instabile di interessi divergenti, pronto a implodere alla prima occasione.

Il STC, dal canto suo, continua a presentarsi come forza di “stabilizzazione”, impegnata contro Houthi, al-Qaeda e Stato Islamico. Peccato che questa “stabilità” coincida con offensive armate in Hadramawt e al-Mahra, province che diventano l'ennesimo campo di battaglia tra fazioni teoricamente schierate dalla stessa parte. La realtà è che il STC non combatte solo i nemici dello Yemen: combatte lo Stato yemenita stesso, che dovrebbe invece sostenere.

Ed è qui che il castello di carte crolla definitivamente. Il governo riconosciuto a livello internazionale, quello che la coalizione saudita dice di voler “restaurare” dal 2015, è ormai poco più di una comparsa. Prima sostenuto contro gli Houthi, poi abbandonato, poi apertamente attaccato dai suoi ex alleati separatisti. La guerra, iniziata con il pretesto di difendere la legittimità statale, ha finito per demolire qualunque residuo di sovranità yemenita.

L'STC, inizialmente alleato tattico del governo per difendere Aden, oggi controlla la città e gran parte del sud. La coalizione saudita bombarda i suoi mezzi. Gli Emirati negano tutto. Gli Houthi restano saldamente al potere a Sanaa. E nel mezzo, come sempre, c'è la popolazione yemenita, ostaggio di una guerra che non combatte e di cui paga ogni giorno il prezzo.

Mukalla non è un episodio isolato: è il simbolo di una guerra che ha perso qualsiasi bussola. Non esistono più fronti chiari, né obiettivi credibili. Solo alleanze mutevoli, dichiarazioni contraddittorie e bombardamenti “a sorpresa” tra presunti partner.

Chiamarla ancora “intervento per la stabilità” è una menzogna. È una guerra per il controllo territoriale, per l'influenza regionale, per il potere. E finché continuerà a essere mascherata da missione di pace, continuerà anche a distruggere uno Yemen già ridotto in macerie.

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
ha ricevuto 378 voti
Commenta Inserisci Notizia