Referendum sulla Giustizia: la paura nella propaganda di una premier sempre più in difficoltà
L'ultimo giorno di campagna referendaria fotografa una realtà che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha provato disperatamente a negare per settimane: questo voto è un test politico sul suo governo. Altro che riforma “né di destra né di sinistra”. Altro che dibattito tecnico. Qui si misura il consenso sul gove rno.
E non è un caso che Meloni sia stata costretta a metterci la faccia fino all'ultimo minuto, scendendo in campo in prima persona per difendere una riforma che fa acqua da tutte le parti. Quando un governo è sicuro della bontà di ciò che propone, non ha bisogno di trasformare un referendum in una campagna martellante, aggressiva e spesso sopra le righe. Qui invece si è visto di tutto: propaganda, forzature, attacchi alla magistratura, perfino insinuazioni indegne.
Nel confronto televisivo con Enrico Mentana, Meloni ha insistito sulla solita formula: “responsabilità”, “meritocrazia”, “fine del controllo della politica sulla giustizia”. Parole che suonano bene, ma che nascondono il punto vero: questa riforma sposta gli equilibri a favore della politica, indebolendo l'indipendenza della magistratura.
E quando si entra nel merito, la narrazione crolla. La separazione delle carriere, venduta come panacea europea, rischia di creare un accusatore professionale, esattamente ciò che una cultura garantista dovrebbe evitare. Non lo dice la propaganda, lo dicono giuristi e costituzionalisti.
Non è un caso che Elly Schlein abbia smontato punto per punto questa retorica, ricordando che il vero nodo è la separazione dei poteri: quella che i padri costituenti hanno scolpito dopo la dittatura e che oggi viene trattata come un ostacolo.
Poi c'è il convitato di pietra: il caso Andrea Delmastro Delle Vedove. Un sottosegretario alla Giustizia che finisce al centro di polemiche per rapporti quantomeno opachi con ambienti legati alla criminalità organizzata. La risposta della premier? Minimizzare.
“È stato leggero”, dice. Leggero. Come se fosse una distrazione burocratica, non una questione che riguarda direttamente la credibilità delle istituzioni.
E quando la situazione si fa scomoda, ecco spuntare la solita carta: la “manina”. Qualcuno avrebbe fatto uscire la notizia nel momento sbagliato. Non conta il fatto, conta chi lo racconta. È la stessa identica strategia già vista ai tempi dell'inchiesta Lobby nera Fanpage, quando invece di affrontare il problema si chiese il “girato” per cercare di negare quanto dichiarato da Carlo Fidanza, eurodeputato di FdI, e Chiara Valcepina, consigliera comunale milanese di FdI, definitisi fascisti doc!
Un copione già scritto: spostare l'attenzione, fare la vittima, non rispondere nel merito.
Il dato più grave, però, è un altro. Questa campagna referendaria è stata condotta con un livello di aggressività e scorrettezza raramente visto. I sostenitori del sì hanno delegittimato la magistratura, attaccato giudici, alimentato una narrazione tossica in cui chi indaga diventa il problema.
Un salto di qualità pericoloso. Perché quando un governo comincia a presentare la magistratura come un nemico, il confine con una deriva autoritaria si assottiglia.
E non basta nascondersi dietro qualche nome “autorevole” citato a sostegno. Il punto non è chi appoggia la riforma, ma cosa produce: un sistema in cui il potere politico torna ad avere un peso maggiore sulla giustizia.
Questa campagna ha avuto almeno un merito: ha tolto ogni ambiguità. Ha mostrato il volto reale di una destra che non sopporta i contrappesi, che considera la magistratura un intralcio e che guarda con sempre meno pudore a modelli illiberali.
Il richiamo al modello di Donald Trump o di Viktor Orbán non è propaganda: è una traiettoria politica evidente, fatta di concentrazione del potere e indebolimento delle garanzie.
Chi vota sì non può far finta di non vedere.
Eppure, nonostante tutto, c'è un dato che sorprende: la tenuta della Costituzione. Nonostante anni di attacchi, delegittimazioni e propaganda, il tessuto democratico del Paese resiste.
Anche grazie al ruolo del Quirinale e alla fermezza di Sergio Mattarella, che ha richiamato tutti – governo compreso – al rispetto dei principi fondamentali.
Ma non basta. Perché il rischio non è teorico. È concreto. E passa anche da questo voto.
Meloni dice che il referendum non avrà conseguenze politiche. È difficile crederle. Se davvero fosse così, non avrebbe trasformato questa consultazione in un plebiscito personale.
La verità è che il voto del 22 e 23 marzo è molto più di una riforma della giustizia. È una scelta tra due modelli: uno fondato sull'equilibrio dei poteri, l'altro sulla loro progressiva concentrazione.
Il primo passo per fermare questa deriva è semplice: votare no.
Poi verrà il resto. Perché il 2027 è già dietro l'angolo.