La politica internazionale oggi è un teatro di contrasti sempre più netti, quasi brutali, e il confronto tra la linea del presidente spagnolo Pedro Sánchez e quella del presidente americano Donald Trump ne è l’emblema più evidente: due visioni opposte, due modi di interpretare il potere che non potrebbero essere più distanti. Da una parte un’Europa che tenta di difendere un’idea di cooperazione multilaterale, dall’altra gli Stati Uniti che continuano a muoversi con una logica di forza, di pressione, di supremazia strategica. E mentre questi due poli si fronteggiano, il mondo brucia: guerre in Medio Oriente che ridisegnano equilibri fragili, conflitti congelati che si riaccendono, tensioni nel Pacifico che mettono alla prova alleanze storiche. Ogni scelta internazionale diventa un tassello di un mosaico sempre più instabile, e ogni leader sembra convinto che la propria visione sia l’unica possibile, anche quando i fatti dimostrano che nessuno ha davvero il controllo della situazione.
In questo scenario, l’Italia appare come un Paese che non riesce a decidere da che parte stare, trascinato dalle correnti più che capace di orientarle. Mentre altri governi definiscono strategie chiare, noi oscilliamo tra dichiarazioni contraddittorie, prese di posizione timide, tentativi di compiacere tutti che finiscono per scontentare chiunque. È un’incertezza che pesa, perché in un mondo in cui le potenze si muovono con aggressività, chi resta fermo viene schiacciato. E l’Italia, invece di sfruttare la sua posizione strategica nel Mediterraneo, sembra limitarsi a reagire agli eventi, senza mai anticiparli. La politica estera diventa così un riflesso della politica interna: frammentata, litigiosa, incapace di costruire una direzione comune.
È in questo quadro già compromesso che si inserisce il referendum sulla giustizia. E qui la questione diventa ancora più delicata. Perché mentre Sánchez difende in Europa un equilibrio istituzionale e Trump rilancia una politica di potenza senza esitazioni, noi ci ritroviamo a discutere di un tema che dovrebbe essere intoccabile: la separazione tra chi governa e chi giudica. Il referendum non è un tecnicismo, non è un esercizio da giuristi. È una prova di maturità democratica. Perché quando politica e giustizia smettono di essere due poteri distinti, il Paese smette di essere libero.
E il mondo lo capisce subito. Le potenze straniere non valutano solo le nostre alleanze o i nostri bilanci: misurano la solidità delle nostre istituzioni, la chiarezza delle nostre regole, la capacità di tenere lontani i tribunali dalle convenienze del momento. Discutere di riforme così sensibili mentre l’Italia appare incerta sulla scena internazionale amplifica la percezione di un sistema fragile, esposto, incapace di proteggere i propri equilibri interni. Non è questione di essere favorevoli o contrari: è questione di capire che ogni intervento sulla giustizia è un messaggio politico, e quel messaggio deve essere limpido. La politica deve fare la politica. La giustizia deve fare la giustizia. Quando i confini si sfumano, non si riforma: si indebolisce.
Il referendum diventa così uno specchio impietoso. Ci mostra un Paese che vuole cambiare ma non sa in quale direzione andare, che pretende credibilità all’estero ma fatica a garantirsi quella distanza tra poteri che è la base di ogni democrazia solida. E in un mondo in cui Sánchez e Trump incarnano due modelli opposti di leadership, l’Italia non può permettersi di sembrare confusa proprio sul terreno più delicato: quello delle regole che garantiscono la libertà di tutti.
Il punto è che non possiamo più permetterci questa ambiguità. In un mondo attraversato da guerre, crisi energetiche, competizioni economiche feroci, l’Italia dovrebbe avere una posizione chiara, riconoscibile, capace di incidere. Invece restiamo sospesi, come se aspettassimo che qualcun altro decida per noi. Il contrasto tra la politica americana e quella spagnola dovrebbe spingerci a riflettere non su chi abbia ragione, ma su cosa vogliamo essere noi. Perché un Paese che non sceglie, alla fine, subisce le scelte degli altri. E in un momento storico in cui ogni decisione pesa, l’incertezza è il lusso che non possiamo più permetterci.


