L'operazione propagandistica è tanto semplice quanto oscena: prendere una frase del Vangelo – “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9) – e incollarla sopra un filmato in stile trailer bellico, per “santificare” un apparato coercitivo come se fosse liturgia civile. Il Dipartimento della Homeland Security l'ha fatto davvero, pubblicando il versetto associato a contenuti celebrativi delle attività criminali dell'ICE.
“Blessed are the peacemakers, for they shall be called sons of God.” - Matthew 5:9 pic.twitter.com/MtRv7DpzHA
— Homeland Security (@DHSgov) January 13, 2026
Questo non è solo cattivo gusto, è un gesto politico preciso: trasformare la pace in un marchio e la violenza in “ordine morale”.
È una torsione semantica che funziona come tutte le appropriazioni sacrali del potere: prendi una parola che, per secoli, ha significato riconciliazione, misericordia, costruzione di legami, e la fai brillare sopra immagini di irruzioni, uomini armati, manette, persone piegate e caricate su veicoli. Il messaggio subliminale è: la pace è ciò che resta dopo che abbiamo schiacciato il disordine. È la pace come silenzio forzato, non come giustizia.
Eppure il testo evangelico – anche solo a leggerlo senza particolari interpretazioni catechistiche – parla d'altro: “operatori di pace” non significa “quelli che impongono la pace con la forza”, significa quelli che fanno la pace, che la producono come realtà nuova. Il significato del termine greco del passo di Matteo (εἰρηνοποιοί) non è riferibile al poliziotto o al soldato, ma all'artigiano, a chi costruisce.
Sovrapporlo a un'estetica paramilitare non è “citare la Bibbia”: è usare la Bibbia a supporto di una propaganda autoritaria.
La religione come accessorio dell'ordine: dalla croce al manganello
Il trucco è vecchio: quando il potere non è in grado di dare spiegazioni, si traveste da destino; quando non vuole argomentare, invoca il sacro. Carl Schmitt lo direbbe senza imbarazzo: la politica ha sempre avuto una sua teologia, e il sovrano è chi decide l'eccezione. Solo che qui l'eccezione non si dichiara apertamente: si esalta con le immagini. Si mette una colonna sonora, si monta il filmato come se fosse un videogioco, si costruisce la mitologia dell'agente come cavaliere della luce.
Il risultato è un catechismo rovesciato: non più “ama il prossimo”, ma “temi l'uniforme”; non più “beati gli ultimi”, ma “beati i nostri”. Il cristianesimo ridotto e sottomesso a slogan istituzionale.
E quando la religione diventa accessorio dell'ordine, non produce fede: produce obbedienza. Non produce pace: produce conformismo. Hannah Arendt chiamava “banale” il male non perché fosse piccolo, ma perché diventa normale, amministrato, routinario: un lavoro d'ufficio con divisa e giustificazione morale incorporata. E il versetto, piazzato lì, serve proprio a questo: rendere il male compatibile con la coscienza... per giustificarlo e sdoganarlo.
Lo “stato etico” secondo Hegel
A questo punto possiamo considerare gli USA di Trump uno “Stato etico”?
Per Hegel, lo Stato non è una gang che si fa scudo di una bandiera: è la forma in cui la libertà si rende effettiva come istituzione, come Sittlichkeit (eticità). Ma proprio per questo lo “Stato etico” hegeliano è l'opposto della propaganda: non ha bisogno di santificarsi a colpi di versetti, perché dovrebbe reggersi su razionalità pubblica, diritti, universalizzabilità delle norme.
Quando invece uno Stato si conferisce un'aura morale per immunizzarsi dalle critiche, allora siamo già scivolati nella versione novecentesca e criminale di “Stato etico” come totalità che assorbe l'individuo con la pretesa di incarnare il Bene (e quindi di poter fare il Male “a fin di bene”): se lo Stato è la morale, dissentire diventa peccato. Lo Stato tenta di darsi un alibi etico (opposto a ciò che intendeva Hegel), una patina morale che giustifichi le attività violente e criminali, trasformando la violenza in vocazione.
Quando il potere si fa estetica: la liturgia dell'autoritarismo
C'è anche un elemento estetico non secondario nella retorica propagandistica della Homeland Security. Diversi commentatori hanno notato come certe scelte grafiche e narrative dei post istituzionali richiamino un immaginario autoritario (la solennità cupa, il tono “epico”, la sacralizzazione dell'uniforme). Con quale finalità? La comunicazione pubblica non sta più informando: sta arruolando.
Qui Walter Benjamin sarebbe spietato: l'estetizzazione della politica è una delle strade maestre dell'autoritarismo. Non devi convincere: devi ipnotizzare. Non devi rendere conto: devi far sentire. E quale scorciatoia migliore di un versetto evangelico – breve, memorabile, incontestabile per chi crede – trasformato in didascalia dell'azione militare?
La frase rubata e la pace svuotata
“Beati gli operatori di pace” non è un premio per chi “vince”. È una benedizione per chi rinuncia alla scorciatoia della forza. È un attacco, non un sostegno, alla logica del nemico. È la negazione della politica come gestione permanente dell'ostilità.
Per questo l'uso che ne fa la Homeland Security non è una citazione: è una profanazione funzionale. È prendere una parola che dovrebbe disarmare il cuore e usarla per armare l'immaginario. È fare del Vangelo un'arma... l'esatto contrario del suo significato.
Quello che Trump e i suoi sodali vogliono creare è uno Stato che pretende di essere la fonte della morale, che mette il timbro “Bene” sui propri strumenti coercitivi e si autodefinisce “figlio di Dio”, mentre mostra uomini in assetto di guerra. E proprio per questo, non solo si può parlare di “Stato etico”, ma anche di “Stato teologico-politico” nel senso peggiore: uno Stato che non si limita a governare, vuole assolversi; non si limita a far rispettare norme, vuole canonizzarsi. E quando uno Stato vuole canonizzarsi, di solito non sta cercando la pace: sta cercando il silenzio.
Quello che stiamo commentando non è “comunicazione istituzionale” è il gesto tipico del potere quando smette di reggersi su ragioni pubbliche e tenta di reggersi sul sacro: su ciò che non chiede prove, non accetta repliche, non ammette contraddittorio. Non viene detto “c'è una giustificazione”, ma “c'è una benedizione”. Non viene detto “c'è una norma”, ma “c'è una missione”. E tutto questo mentre scorrono immagini montate come un'operazione intimidatoria, suportata dalla frase: “Beati gli operatori di pace”.
Ma “operatori di pace” non significa operatori di paura. E la consapevolezza di questa torsione è la parte più oscena dell'operazione, più della durezza in sé. Non si tratta solo di violenza: si tratta di liturgia della violenza, del desiderio di farla passare per virtù. È qui che la propaganda smette di essere propaganda e diventa profanazione: una frase nata per disarmare l'odio viene usata come didascalia di un apparato coercitivo. Il Vangelo diventa accessorio, filtro, cosmetico morale. La parola che dovrebbe spezzare la logica del nemico viene arruolata per rafforzarla.
A quel punto la “pace” viene svuotata e riempita di un altro contenuto: pace come quiete dopo il rastrellamento; pace come silenzio dopo lo spavento; pace come normalità dopo l'umiliazione. È la pace dei vincitori, una pace che coincide con l'assenza di rumore, non con la presenza di giustizia. In quel montaggio, la pace non è un lavoro paziente di riconciliazione: è ciò che resta quando la forza ha finito di parlare.
Questa sostituzione non è casuale: quando un potere fatica a giustificarsi, non cerca soltanto obbedienza materiale; cerca consenso morale, cioè un'assoluzione preventiva. E l'assoluzione più rapida è sempre religiosa, perché non deve spiegare: deve soltanto imporre un'aura. Il sacro, ridotto a slogan, funziona da anestetico: rende compatibile con la coscienza ciò che altrimenti apparirebbe nudo, brutale, contestabile.
Così nasce una religione civile senza Dio: incenso di parole — “sicurezza”, “ordine”, “pace” — che bruciano bene perché non significano più niente di preciso, e proprio per questo possono coprire qualunque cosa, tanto che la legge verrà scambiata con l'ordine e la giustizia con il controllo. Il lessico si fa sacrale proprio mentre le pratiche si fanno più opache, più spietate, più impermeabili alla responsabilità.
La beatificazione sostituisce il rendiconto. La pretesa di bene sostituisce la dimostrazione del bene. Non si governa soltanto: ci si canonizza. E quando uno Stato sente il bisogno di un versetto per giustificare i propri apparati, è perché non riesce a farlo in base alla razionalità, alla ragione laica.
Così nascono le dittature.


