Meglio mille colpevoli fuori che un innocente in cella. È attorno a questo principio, antico ma attualissimo, che si sviluppa la riflessione di Salvatore Varano, commercialista milanese e imprenditore, intervenuto nel dibattito sulla riforma della giustizia con un comunicato che richiama con forza il valore della presunzione di innocenza.

Varano, nella sua qualità di Presidente Nazionale dell’Associazione “Oltre Ragionevole Dubbio”, realtà impegnata nella tutela dei diritti fondamentali e nella difesa delle vittime di errori giudiziari, pone al centro una questione che considera prima di tutto culturale: il rapporto tra potere dello Stato e dignità del cittadino.

Il riferimento alla celebre massima attribuita al giurista inglese William Blackstone non è casuale. L’idea che sia preferibile lasciare impuniti dei colpevoli piuttosto che condannare un innocente rappresenta uno dei pilastri dello Stato di diritto. Non si tratta di indulgere verso il crimine, ma di affermare che la libertà di un innocente vale più di qualsiasi esigenza di efficienza o consenso immediato.

Nel suo intervento, Varano richiama l’attenzione su fenomeni che negli ultimi anni hanno inciso profondamente sulla fiducia dei cittadini nella giustizia: l’uso estensivo della custodia cautelare, la spettacolarizzazione degli arresti, i processi mediatici che anticipano quelli nelle aule di tribunale. In molti casi, sottolinea, le assoluzioni arrivano dopo anni, quando reputazioni e carriere sono già state compromesse in modo irreversibile.

Per un imprenditore o un professionista, un’indagine resa pubblica con enfasi può tradursi in perdita di clienti, contratti sospesi, isolamento sociale. Anche quando la sentenza finale riconosce l’innocenza, il danno subito resta spesso insanabile. È su questo scarto tra principio e realtà che si concentra la critica di Varano: la presunzione di innocenza non può restare un enunciato formale, deve diventare pratica concreta.

Un altro nodo centrale del comunicato riguarda la responsabilità civile dei magistrati. L’attuale sistema prevede che sia lo Stato a risarcire il cittadino vittima di un errore giudiziario, mentre la responsabilità diretta del singolo magistrato è limitata e difficilmente applicata. Secondo Varano, questo meccanismo rischia di alimentare una percezione di distanza tra istituzioni e cittadini.

La richiesta di una responsabilità effettiva in caso di dolo o colpa grave non viene presentata come un attacco alla magistratura, ma come una condizione per rafforzarne l’autorevolezza. In ogni ambito professionale, osserva, l’errore grave comporta conseguenze. La giurisdizione, che incide sulla libertà personale e sulla reputazione delle persone, non può sottrarsi a un principio generale di responsabilità.

Nel dibattito pubblico, il tema della giustizia tende spesso a polarizzarsi tra chi invoca maggiore severità e chi denuncia derive giustizialiste. La posizione espressa da Varano cerca invece un punto di equilibrio: uno Stato forte non è quello che arresta di più, ma quello che sbaglia di meno. La sicurezza non può essere costruita sacrificando le garanzie fondamentali.

La battaglia per il “Sì” al referendum sulla giustizia, nelle sue parole, non è una contrapposizione ideologica contro la magistratura, bensì una scelta di civiltà giuridica. Significa affermare che l’errore giudiziario non è una fatalità statistica, ma una frattura nel patto di fiducia tra Stato e cittadino. Significa ribadire che la custodia cautelare deve restare extrema ratio e che il processo mediatico non può sostituirsi a quello penale.

Alla base della riflessione vi è una domanda semplice ma decisiva: che idea di Stato vogliamo? Uno Stato che tutela prima di tutto l’efficienza repressiva o uno Stato che mette al centro la persona? Per Varano, la risposta è chiara. La giustizia non può essere un rischio calcolato. Deve essere una garanzia effettiva.

In questa prospettiva, la frase “meglio mille colpevoli fuori che un innocente in cella” non è una provocazione, ma una linea di confine. È il criterio con cui misurare la maturità di una democrazia. Perché la forza delle istituzioni non si dimostra nell’esercizio del potere, ma nella capacità di esercitarlo con equilibrio, responsabilità e rispetto della dignità umana.