Queste le parole odierne di Ignazio Benito Maria La Russa, presidente del Senato, pronunciate a margine dell'evento Treno del Ricordo: "Ho visto il post della presidente del Consiglio Meloni e mi trovo pienamente d'accordo e la ringrazio per non aver avuto esitazione a denunziare un qualche cosa che ci sembra soprattutto assurdo. Non deve entrare nella polemica referendaria o cose del genere, ma credo che vada stigmatizzato un provvedimento che rende sempre più difficile fare rispettare le leggi in Italia. Credo che sia sotto gli occhi di tutti l'abnormità, secondo me, di una sentenza che vuole premiare chi aveva speronato una nave italiana delle forze dell'ordine".
Le parole pronunciate da Ignazio Benito Maria La Russa a margine del “Treno del Ricordo” segnano un ulteriore punto di rottura che non può essere liquidato come semplice polemica politica.
Non sono le dichiarazioni di un capogruppo in campagna elettorale. Sono le parole della seconda carica dello Stato. E quando chi presiede il Senato parla di "abnormità" riferendosi a una sentenza, il problema non è la critica nel merito: è il rispetto delle istituzioni.
La sentenza del Tribunale di Palermo del 18 febbraio 2026 non "premia chi ha speronato una nave italiana delle forze dell'ordine", come sostiene La Russa. Riguarda il fermo amministrativo della Sea Watch 3 tra luglio e dicembre 2019, ritenuto illegittimo per una ragione procedurale precisa: dopo l'opposizione presentata al Prefetto di Agrigento, il mancato riscontro avrebbe determinato il cosiddetto silenzio-accoglimento, cioè la cessazione automatica del fermo. La nave rimase invece bloccata fino all'intervento urgente del giudice. Il risarcimento – circa 76.000 euro – copre spese documentate sostenute in quel periodo. Non è una medaglia alla "disobbedienza civile". È l'effetto di un errore amministrativo.
Eppure il presidente del Senato sceglie di ridurre tutto allo "speronamento", parlando di un fatto che non ha nulla a che vedere con la decisione oggetto del risarcimento. È una semplificazione che altera il quadro. Non si discute del diritto di criticare una sentenza. Si discute del dovere istituzionale di farlo con precisione e misura. Ancora più grave è il contesto politico.
Giorgia Meloni - prima di lui - ha parlato di decisioni "oggettivamente assurde", di magistratura "politicizzata", di giudici che si "mettono di traverso" rispetto all'azione del governo. È un attacco frontale al potere giudiziario. Quando a queste parole si aggiunge l'avallo pieno del presidente del Senato, il messaggio che passa è chiaro: una parte della maggioranza considera legittimo delegittimare sistematicamente le sentenze sgradite.
E tutto questo dopo che ieri il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, aveva richiamato con fermezza al rispetto dell'equilibrio tra i poteri e alla centralità della funzione giurisdizionale. Non è un dettaglio. È un richiamo che arriva dal Quirinale in un clima sempre più teso per la campagna referendaria, dopo che il fronte del Sì aveva avviato la delegittimazione istituzionale del CSM.
La Russa non è un commentatore televisivo. È il presidente del Senato della Repubblica. Il suo ruolo impone un linguaggio che tuteli l'autorevolezza delle istituzioni, anche quando si dissente. Parlare di "abnormità" e di sentenze che “premiano” chi viola la legge significa insinuare che la magistratura operi contro lo Stato, non dentro lo Stato. E oltretutto lo fa in relazione ad una sentenza che non ha nulal a che vedere con il caso giudiziario da lui citato!
La separazione dei poteri non è un fastidio burocratico. È il cardine dello Stato di diritto. Se una sentenza è sbagliata, esistono i gradi di giudizio. Esistono gli strumenti di impugnazione. Non esiste, invece, il diritto delle più alte cariche istituzionali di alimentare l'idea che i giudici siano un avversario politico. La polemica può essere dura. Ma quando diventa sistematica delegittimazione, il confine è superato. E oggi quel confine appare sempre più sottile... volendo essere ottimisti!
Infine, l'intento dell'ex(???) camerata Ignazio Benito Maria, nonostante la smentita, è quello di promuovere la propaganda della maggioranza di governo scelta finora a supporto della campagna del Sì al referendum costituzionale sulla Giustizia... far credere agli italiani che dopo aver approvato la modifica di sette articoli della Costituzione, sentenze come quella precedente non sarebbero più pronunciate. In realtà è una enorme menzogna.
Ma c'è di peggio, se così dovesse accadere, sarebbe solo perché si sarebbe attuato ciò che il fronte del No denuncia: l'asservimento della magistratura ai diktat dell'esecutivo (CHIUNQUE SIA A GOVERNARE). E dovremmo cambiare la Costituzione per ottenere questo?


