Senza stampa libera, la pace è un'illusione
A Lusaka il World Press Freedom Day 2026 richiama governi, media e tecnologia a una verità scomoda: dove l'informazione arretra, avanzano paura, manipolazione e conflitto
C'è un dato che dovrebbe occupare le prime pagine di tutti i giornali del mondo, e invece rischia di scivolare nel rumore di fondo dell'attualità: dal 2012 la libertà di espressione globale è arretrata del 10%. Non è una flessione statistica. È un'inversione storica. Un regresso che, per intensità e portata, richiama i periodi più instabili del Novecento — guerre mondiali, Guerra fredda, grandi stagioni di censura e propaganda.
È in questo scenario che il 4 maggio, a Lusaka, si apre il World Press Freedom Day Conference 2026, promosso da UNESCO sotto un titolo tanto ambizioso quanto necessario: “Shaping a Future of Peace”. Dare forma a un futuro di pace. Ma la premessa, qui, è netta: non esiste pace duratura senza libertà di stampa.
Per troppo tempo il dibattito pubblico ha trattato l'informazione indipendente come un tema di categoria — un affare per editori, giornalisti, organismi internazionali. È un errore di prospettiva. La libertà di stampa non è un capitolo laterale della democrazia: è la sua infrastruttura portante. Dove si indebolisce, si indebolisce tutto il resto — fiducia, coesione sociale, responsabilità politica, sicurezza economica, tenuta istituzionale.
I numeri sono eloquenti. Nel 2024 i conflitti armati attivi nel mondo sono 61. Gli attacchi all'autonomia dei media sono cresciuti del 48%. L'85% degli omicidi di giornalisti resta impunito. L'autocensura — il fenomeno più subdolo, perché invisibile — è aumentata del 63% in poco più di un decennio. Significa una cosa precisa: sempre più persone che dovrebbero raccontare i fatti scelgono di tacere per paura — di rappresaglie, di intimidazioni giudiziarie, di molestie digitali, di pressioni economiche.
Nel frattempo, l'ecosistema informativo è stato travolto da una trasformazione radicale. Oltre metà dei ricavi pubblicitari globali è concentrata nelle grandi piattaforme digitali. Quasi il 40% degli utenti usa già l'intelligenza artificiale per creare o modificare contenuti. Questo passaggio apre opportunità straordinarie, ma anche un rischio sistemico: la manipolazione industriale dell'informazione, automatizzata, scalabile, capace di alterare consenso, polarizzare società e contaminare il dibattito democratico.
La questione, allora, non riguarda soltanto la libertà di pubblicare. Riguarda chi controlla la circolazione della verità pubblica.
Per questo la scelta di affiancare il World Press Freedom Day a RightsCon 2026 è politicamente rilevante. Giornalismo, diritti digitali, governance algoritmica, sicurezza informativa e intelligenza artificiale non sono più dossier separati. Sono lo stesso campo di battaglia. Le regole che verranno scritte oggi su piattaforme, algoritmi e responsabilità tecnologiche determineranno il livello di libertà democratica di domani.
Non è un caso che Zambia ospiti questo appuntamento. L'Africa non è più soltanto terreno di osservazione delle dinamiche globali: è laboratorio politico, tecnologico e sociale di un nuovo equilibrio informativo. Da Windhoek, nel 1991, partì una dichiarazione che ridefinì il concetto di stampa libera nel mondo post-Guerra fredda. Da Lusaka, nel 2026, potrebbe partire un nuovo patto: difendere l'informazione come bene pubblico globale.
Ma le dichiarazioni non bastano.
Servono protezioni reali per i giornalisti, soprattutto per le donne, oggi esposte a forme di violenza mirata e sistematica. Servono regole internazionali sull'uso dell'intelligenza artificiale nei flussi informativi. Serve riequilibrare il mercato digitale per restituire sostenibilità economica ai media indipendenti. Serve alfabetizzazione mediatica diffusa, perché cittadini incapaci di distinguere tra informazione, propaganda e contenuti sintetici sono cittadini più vulnerabili.
La sfida è semplice da formulare e difficile da affrontare: preservare la libertà di parola in un mondo in cui la parola può essere manipolata, replicata, distorta e armata su scala globale.
A Lusaka non si discuterà soltanto del futuro del giornalismo. Si discuterà del futuro delle società aperte.
Perché la verità più scomoda, oggi, è anche la più evidente: quando muore il giornalismo libero, non arriva il silenzio — arriva la menzogna organizzata. E dove si organizza la menzogna, la pace diventa fragile, la democrazia arretra e il futuro smette di appartenere ai cittadini.