Italo Bocchino: "Guardate che la crisi della Nazionale non è solo tecnica. È culturale.
Quando mesi fa dissi che stavamo perdendo qualcosa di più di una partita, mi hanno massacrato sui social: “fesserie”, “nostalgia”, “retorica”. Eppure i fatti parlano da soli: la partita con la Bosnia e la terza esclusione di fila dai Mondiali dicono una cosa semplice e durissima. La maglia azzurra, il tricolore, non sono più il sogno assoluto per chi gioca a calcio.
Oggi il sogno sembra un altro: soldi, status, Ferrari, foto patinate, vita da copertina. Ma quando il sogno diventa solo quello, perdi la fame. Perdi l’orgoglio. Perdi la voglia di rappresentare l’Italia e di portarla sul tetto del mondo.
E questo non nasce dal nulla: è figlio di un indebolimento dell’identità nazionale che negli ultimi decenni è stato alimentato anche da una certa cultura di sinistra, quella che ha trattato l’orgoglio italiano come qualcosa di cui vergognarsi. Io non accuso la Schlein di aver “rovinato i calciatori”, ci mancherebbe. Dico una cosa più seria: quando distruggi l’idea di appartenenza, alla fine ne paghi il prezzo ovunque. Anche nello sport.
E noi quel prezzo lo stiamo pagando. In campo, e fuori".
C’è qualcosa di profondamente rassicurante nell'analisi di Italo Bocchino. Non perché sia convincente, ma perché funziona come certe vecchie copertine ingiallite: racconta più il tempo che l'ha prodotta che il fatto che pretende di spiegare.
La crisi della Nazionale? Non è tecnica, ma “culturale”. Non tattica, ma identitaria. Non è colpa dei vivai svuotati, dei settori giovanili trascurati, delle società trasformate in fondi d’investimento, delle federazioni immobili, delle panchine affidate più alla nostalgia che alla visione. No: colpa della sinistra. Naturalmente.
È un copione quasi tenero nella sua prevedibilità. Si parte da una sconfitta sportiva — la Bosnia, i Mondiali mancati — e si arriva, con un salto degno di un triplo carpiato retorico, alla dissoluzione dell’identità nazionale. Un passaggio logico che nemmeno il più audace degli schemi tattici di centrocampo riuscirebbe a giustificare.
Secondo questa lettura, il giovane calciatore italiano non sogna più la maglia azzurra ma la Ferrari, le foto patinate, il lifestyle da copertina... come se tali obiettivi non fossero raggiungibili anche grazie ad una convocazione in nazionale. Senza dimenticare che chi vinse un mondiale nel 2006 non è che viaggiasse su delle 500 anni '70 e vivesse in una cella monastica osservando il digiuno ogni venerdì!
Bocchino denuncia la perdita della “fame” proprio mentre descrive un sistema — quello del calcio globale — che quella fame la sostituisce da trent’anni con contratti milionari, sponsor e diritti TV. Ma invece di interrogarsi su questo, preferisce evocare un nemico più comodo: una generica “cultura di sinistra” che avrebbe convinto intere generazioni a vergognarsi del tricolore.
È un’accusa affascinante nella sua elasticità: non verificabile, non misurabile, ma comunque spendibile. Se si perde una partita, è colpa della cultura. Se si sbaglia un rigore, è colpa dell’identità. Se si esce dai Mondiali, evidentemente qualcuno ha letto troppi libri sbagliati... ovviamente di sinistra.
Nel frattempo, fuori dalle allucinazioni di Italo Bocchino, il calcio italiano continua a fare i conti con problemi molto più prosaici: pochi talenti emergenti, infrastrutture obsolete, campionati giovanili impoveriti, e una Serie A che esporta più allenatori che idee. Ma questi dettagli, si sa, sono meno poetici di una tirata sull’orgoglio nazionale.
E così, mentre il pallone rotola altrove — verso modelli più moderni, più organizzati, più competitivi — Bocchiono ci vuol far credre che se un terzino sbaglia i cross è per colpa di Elly Schlein.
Forse il vero problema non è che i calciatori non sognano più la Nazionale. Forse è che certi commentatori continuano a sognare un’Italia che esiste solo nelle loro nostalgie, dove ogni sconfitta è tradimento e ogni spiegazione complessa è un affronto.
E nel frattempo, la Bosnia — incredibile ma vero — vince perché gioca meglio.


