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Nigeria: Boko Haram non conquista, ma consuma... e la fame non fa notizia

Pochi giorni fa, un raid aereo dell’esercito su un mercato nel villaggio di Jilli ha provocato oltre cento morti, secondo testimoni e ONG, mentre le autorità sostenevano di aver colpito una base jihadista (The Washington Post).

E' questo un ultimo (ed inequivocabile) segno che negli ultimi mesi il nord della Nigeria è entrato in una fase molto più violenta e instabile, segnata da attentati, stragi e operazioni militari che spesso colpiscono anche i civili. 
Poche settimane prima, a marzo, tre attentati suicidi coordinati avevano colpito Maiduguri, la principale città del nord-est: almeno 20–30 morti e più di cento feriti tra mercato, ospedale e ufficio postale (Sky TG24).

Non si tratta di episodi isolati. A febbraio, nello Stato di Kwara, centinaia di uomini armati hanno assaltato villaggi per ore, uccidendo oltre 150 persone, bruciando case e rapendo civili (The Guardian). A gennaio, nel Borno, attacchi contro lavoratori e militari hanno fatto decine di morti (Wikipedia). Nel frattempo le autorità temono operazioni ancora più ambiziose, come assalti ad aeroporti o carceri per liberare combattenti detenuti (AP News).

Il dato più significativo è che la violenza non solo continua, ma cresce: nei primi mesi del 2026 gli attacchi sono aumentati di circa il 25% rispetto all’anno precedente (The Washington Post). Questo indica che i gruppi armati non sono in ritirata, ma si stanno rafforzando e coordinando.

Per capire perché, bisogna andare indietro e allargare lo sguardo.

Quello che sta accadendo nel nord della Nigeria non è una guerra unica. È un intreccio di conflitti diversi che si sovrappongono. Ci sono i gruppi jihadisti, come Boko Haram e la sua evoluzione ISWAP, ma accanto a loro operano bande armate che fanno rapimenti di massa, gruppi criminali che controllano territori rurali e milizie coinvolte nei conflitti tra pastori e agricoltori. Queste realtà spesso collaborano, si scambiano armi o informazioni, oppure semplicemente coesistono nello stesso spazio, rendendo il quadro estremamente confuso.

Negli ultimi anni, questi gruppi sono cambiati. Non puntano più solo a conquistare territori in modo visibile, ma a controllare rotte, villaggi e attività economiche. In alcune aree riescono a muoversi quasi indisturbati, attaccando e poi scomparendo. Anche quando l’esercito riconquista una zona, il controllo è spesso temporaneo: i gruppi si spostano, si riorganizzano e tornano.

La narrazione religiosa, molto diffusa all’estero, spiega solo una parte del problema. Alcuni attacchi colpiscono comunità cristiane, altri musulmane. Nel massacro di Kwara, ad esempio, la maggior parte delle vittime era musulmana. Questo indica che la violenza non segue una linea semplice “religione contro religione”, ma è molto più legata al controllo del territorio, delle risorse e delle popolazioni.

Un elemento decisivo, spesso ignorato, è la trasformazione urbana. Negli ultimi vent’anni il nord della Nigeria ha visto una crescita demografica enorme e un’espansione rapidissima delle città. Milioni di persone si sono spostate dalle campagne, spesso a causa della violenza o della crisi agricola, finendo in periferie costruite senza pianificazione. Qui manca tutto: servizi, lavoro stabile, sicurezza. Ma soprattutto manca un sistema di trasporti.

Questo è un punto chiave. Senza trasporti pubblici efficienti e con pochissimi mezzi privati accessibili, muoversi diventa difficile. Raggiungere un lavoro, una scuola o un ospedale può richiedere ore o essere semplicemente impossibile. Le città crescono, ma restano frammentate, isolate al loro interno. Interi quartieri diventano sacche di marginalità dove lo Stato non arriva davvero.

In queste condizioni, i gruppi armati trovano terreno fertile. Offrono denaro, protezione o semplicemente un’alternativa a chi non ha nulla. La crisi economica e alimentare aggrava tutto: milioni di persone nel nord vivono in condizioni di insicurezza alimentare, e l’agricoltura è sempre più difficile a causa della violenza e del cambiamento climatico. Il risultato è un circolo vizioso: meno agricoltura, più migrazione verso le città, più marginalità urbana, più reclutamento per gruppi armati.

Lo Stato, da parte sua, fatica a controllare il territorio. In molte zone è assente o arriva solo con operazioni militari, che a volte colpiscono anche civili, alimentando sfiducia e risentimento. In alcuni casi, le comunità locali arrivano a negoziare direttamente con i gruppi armati per evitare attacchi, creando una sorta di equilibrio precario.

Quanto ai possibili collegamenti con il narcotraffico, non esiste un sistema paragonabile a quello latinoamericano, ma alcuni segnali ci sono. L’Africa occidentale è da anni una zona di transito per la droga diretta verso l’Europa, e gruppi armati nel Sahel e nell’area del Lago Ciad sono stati collegati a traffici illegali, inclusi armi, esseri umani e, in parte, sostanze stupefacenti. In Nigeria, però, il fenomeno è più frammentato: non ci sono veri “cartelli”, ma reti criminali che possono sovrapporsi ai gruppi armati, fornendo finanziamenti o logistica. Più che un narco-Stato, è un sistema dove economia illegale e violenza si intrecciano senza una struttura unica.

Alla fine, quello che emerge è un quadro molto lontano dalle semplificazioni. Il nord della Nigeria non è solo teatro di terrorismo, né solo di conflitti religiosi. È una crisi complessa, alimentata da urbanizzazione fuori controllo, povertà, assenza di infrastrutture – soprattutto nei trasporti – e debolezza dello Stato. Gli attentati e le stragi che vediamo oggi non sono che la manifestazione più visibile di questo sistema profondo, che continua a rigenerarsi nonostante anni di interventi militari.

Allargando lo sguardo agli attori internazionali, l’ONU è presente soprattutto sul piano umanitario. Le agenzie delle Nazioni Unite lavorano per gestire una crisi enorme fatta di sfollati, fame e accesso ai servizi di base. Il loro ruolo è essenziale per evitare il collasso totale di intere aree, ma non è militare né politico in senso forte. In altre parole, l’ONU cerca di contenere le conseguenze, non di risolvere le cause. 

Il Regno Unito mantiene legami storici con la Nigeria e come gli Stati Uniti fornisce supporto militare e addestramento, oltre a cooperazione nella sicurezza, soprattutto nel contrasto ai gruppi jihadisti come Boko Haram e ISWAP.  La Russia - viceversa - è molto meno presente rispetto ad altre aree africane confinanti come il Sahel centrale o la Repubblica Centrafricana. La Cina è forse l’attore più importante dal punto di vista economico, ma non militare. Il suo approccio è pragmatico: non interviene nella sicurezza interna, ma punta a mantenere rapporti stabili con il governo per proteggere i propri investimenti. 
Infine, l’Unione Europea che finanzia programmi di sviluppo, sicurezza e gestione delle frontiere, e collabora con il governo nigeriano su formazione e stabilizzazione, con un interesse diretto legato alle migrazioni, dato che l’instabilità nel nord della Nigeria e nel Sahel ha effetti a catena sui flussi verso il Mediterraneo

Intanto, la malnutrizione in Nigeria è responsabile di circa il 45% di tutte le morti sotto i 5 anni, con circa 5,4 milioni di bambini che erano in malnutrizione acuta nel 2025, di cui circa 1,8 milioni in forma grave (potenzialmente letale). Non a caso, lo scorso anno, sono stati almeno 652 i bambini morti in soli 6 mesi in nel solo stato di Katsina.
 

Autore scienzenews
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