Esteri

Trump contro gli alleati: la guerra con l'Iran accelera la frattura dell'Occidente

Dalla Germania al Golfo, passando per Nato e Indo-Pacifico, le mosse del presidente americano alimentano il sospetto che Washington non sia più un partner affidabile. Europa e Asia iniziano a prepararsi a un mondo meno americano e molto più instabile.

La guerra con l'Iran rischia di lasciare in eredità qualcosa di persino più profondo delle distruzioni, delle tensioni energetiche e dell'ennesima crisi geopolitica mediorientale: la progressiva erosione della fiducia globale negli Stati Uniti. Non tanto negli Stati Uniti come potenza militare, che restano senza rivali, ma negli Stati Uniti come alleato prevedibile, coerente e disposto a rispettare le regole del sistema internazionale che essi stessi avevano costruito dopo la Seconda guerra mondiale.

Le ultime mosse di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con un approccio ancora più aggressivo e imprevedibile rispetto al primo mandato, stanno infatti aprendo crepe sempre più profonde nei rapporti con gli alleati storici di Washington. Il ritiro di parte delle truppe americane dalla Germania, le minacce di ridurre la presenza militare anche in Italia e Spagna, gli attacchi verbali contro la Nato e l'aver sostanzialmente ignorato gli attacchi iraniani contro gli Emirati Arabi Uniti hanno alimentato una domanda che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile: gli Stati Uniti sono ancora il pilastro affidabile dell'ordine occidentale?

Il punto centrale è proprio questo. Trump non si limita a contestare singole decisioni degli alleati o a pretendere maggiori spese militari europee, richiesta che in realtà precede il suo ritorno al potere. Il presidente americano sta mettendo in discussione l'intera logica delle alleanze permanenti, sostituendola con una visione puramente transazionale dei rapporti internazionali: chi non segue Washington senza esitazioni rischia ritorsioni economiche, militari o diplomatiche.

La decisione di ritirare 5.000 soldati dalla Germania dopo le dichiarazioni del cancelliere Friedrich Merz sull'umiliazione subita dagli Stati Uniti nel confronto con Teheran appare, in questo senso, altamente simbolica. Ancora più significativa è stata la cancellazione del previsto dispiegamento di missili Tomahawk sul territorio tedesco. Un messaggio chiarissimo agli europei: il sostegno americano non è più garantito, ma subordinato all'obbedienza politica.

Il problema, per Trump, è che questa strategia rischia di produrre l'effetto opposto rispetto a quello desiderato. Invece di rafforzare la leadership americana, sta accelerando la ricerca di alternative. In Europa, ormai da mesi, si moltiplicano i discorsi sulla necessità di costruire una difesa comune realmente autonoma dagli Stati Uniti, di sviluppare sistemi d'arma europei e di ridurre la dipendenza strategica da Washington. Non si tratta più soltanto di retorica francese o di vecchie ambizioni federaliste: il timore che Trump possa realmente indebolire la Nato sta trasformando un'ipotesi teorica in una necessità politica.

Naturalmente gli europei restano ancora profondamente dipendenti dall'ombrello militare americano, soprattutto contro una Russia percepita come minaccia esistenziale. Ed è proprio questa la contraddizione che rende il momento così delicato: l'Europa capisce di non poter fare a meno degli Stati Uniti, ma contemporaneamente inizia a temere di non potersi più fidare completamente di loro.

Nel frattempo, anche nel Golfo Persico crescono inquietudini che fino a poco tempo fa sarebbero state considerate impensabili. Gli Emirati Arabi Uniti, colpiti da missili e droni iraniani, hanno assistito a una reazione americana giudicata tiepida se non quasi inesistente. Trump ha minimizzato gli attacchi persino dopo l'incendio nel porto petrolifero di Fujairah, insistendo sul fatto che il cessate il fuoco con Teheran fosse ancora sostanzialmente valido. Per le monarchie del Golfo, storicamente convinte che la protezione americana fosse automatica, il segnale è stato inquietante.

Anche in Asia orientale il clima sta cambiando rapidamente. Giappone e Corea del Sud osservano con crescente preoccupazione un'America che appare vulnerabile alle pressioni economiche interne, ai prezzi dell'energia e agli umori politici del presidente. In caso di crisi su Taiwan, Washington sarebbe davvero pronta a sostenere un confronto prolungato con la Cina? Oppure l'impatto economico interno spingerebbe Trump a frenare? Sono domande che ormai vengono poste apertamente da diplomatici e analisti asiatici.

Nel frattempo Pechino e Mosca osservano con attenzione. La Russia beneficia dell'aumento dei prezzi energetici provocato dalla crisi iraniana e approfitta della distrazione occidentale rispetto alla guerra in Ucraina. La Cina, invece, studia le debolezze americane: il trasferimento di risorse militari dall'Indo-Pacifico al Medio Oriente, la difficoltà di contrastare droni a basso costo, l'instabilità politica generata dalle decisioni impulsive della Casa Bianca.

Soprattutto, Pechino sta cercando di presentarsi come potenza più stabile e prevedibile rispetto agli Stati Uniti di Trump. È forse questo il vero paradosso geopolitico del momento: l'America che per decenni aveva accusato i rivali autoritari di destabilizzare l'ordine internazionale oggi viene percepita da molti alleati come uno degli elementi più imprevedibili dello scenario globale.

Non è ancora chiaro se questa frattura diventerà irreversibile. Le alleanze occidentali hanno attraversato crisi anche in passato. Ma mai, dalla nascita della Nato, si era visto un presidente americano mettere così apertamente in dubbio il valore stesso del sistema di alleanze costruito da Washington. E mai gli alleati avevano iniziato a prepararsi con tanta concretezza a un futuro in cui gli Stati Uniti potrebbero non esserci, o peggio, potrebbero scegliere di esserci soltanto a condizioni imposte unilateralmente.

La guerra con l'Iran, dunque, potrebbe non essere ricordata soltanto per i missili nel Golfo, per il petrolio alle stelle o per il rischio di escalation nucleare. Potrebbe passare alla storia come il momento in cui il mondo occidentale ha iniziato davvero a dubitare della leadership americana.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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