La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran entra nella terza settimana e si avvicina sempre di più al cuore del sistema energetico mondiale. Il presidente americano Donald Trump ha minacciato apertamente di colpire le infrastrutture petrolifere dell'isola iraniana di Kharg, il principale hub di esportazione del greggio di Teheran, se l'Iran continuerà ad attaccare le navi nello Stretto di Hormuz.

L'avvertimento è arrivato venerdì con un messaggio sui social, in cui Trump ha rivendicato che gli Stati Uniti avrebbero “completamente distrutto” alcuni obiettivi militari sull'isola. Fonti americane hanno confermato i bombardamenti, che non hanno colpito le infrastrutture petrolifere.

Il presidente ha però lanciato un ultimatum: se Teheran interferirà ancora con il passaggio delle petroliere nello Stretto di Hormuz, Washington potrebbe riconsiderare la decisione e colpire direttamente il sistema energetico iraniano.

Il nodo strategico di Kharg

L'isola di Kharg, nel Golfo Persico, è il punto da cui passa circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Una sua distruzione o anche solo un danneggiamento delle infrastrutture — terminali, oleodotti e giganteschi serbatoi di stoccaggio — avrebbe effetti immediati sull'offerta globale di greggio.

Gli analisti energetici sottolineano che persino interruzioni limitate potrebbero provocare nuovi scossoni nei mercati petroliferi, già estremamente volatili da quando il conflitto è iniziato con i bombardamenti congiunti di Stati Uniti e Israele contro l'Iran.

Gran parte del petrolio iraniano spedito da Kharg è destinato alla Cina, oggi il più grande importatore mondiale di greggio.


Teheran non arretra

Nonostante la pressione militare crescente, l'Iran non mostra segnali di cedimento. Il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, succeduto al padre dopo la sua uccisione nei raid del 28 febbraio, ha ribadito che la chiusura dello Stretto di Hormuz resta uno strumento strategico per esercitare pressione sull'Occidente.

Lo stretto è uno dei passaggi energetici più sensibili del pianeta: attraverso quel corridoio marittimo transita circa il 20% dell'energia fossile mondiale.

Per garantire la sicurezza della navigazione, Trump ha annunciato che la Marina statunitense inizierà presto a scortare le petroliere nella zona.

La risposta iraniana
Le forze armate iraniane hanno reagito agli attacchi dichiarando che qualsiasi colpo alle infrastrutture petrolifere del Paese provocherebbe ritorsioni contro impianti energetici appartenenti a compagnie che collaborano con gli Stati Uniti nella regione.

Durante gli ultimi bombardamenti sull'isola di Kharg sarebbero state udite oltre quindici esplosioni, ma secondo le autorità iraniane i danni avrebbero colpito solo basi militari, sistemi di difesa aerea e strutture aeroportuali, senza compromettere l'apparato petrolifero.

Teheran sostiene inoltre di aver abbattuto 114 droni statunitensi e israeliani dall'inizio della guerra, cinque dei quali nelle ultime ore.

Nonostante il conflitto, l'Iran continua a esportare tra 1,1 e 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno, secondo i dati delle società di monitoraggio TankerTracker e Kpler.


La guerra si estende alla regione

Nel frattempo il conflitto continua a espandersi in tutto il Medio Oriente.

A Baghdad, un missile ha colpito il complesso dell'ambasciata statunitense nella cosiddetta “Zona Verde”, una delle aree più protette della capitale irachena. Fonti di sicurezza riferiscono che il razzo avrebbe colpito un eliporto all'interno del compound.

Nel Golfo Persico, alcune operazioni di carico petrolifero nel porto emiratino di Fujairah sono state sospese dopo un attacco con drone e un incendio scoppiato nelle prime ore del mattino.

Parallelamente, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno rivendicato nuovi attacchi contro Israele in coordinamento con Hezbollah dal Libano.

Nuovi obiettivi: la guerra tecnologica
Il conflitto si sta estendendo anche al campo della tecnologia. Media vicini ai Pasdaran hanno riferito che Teheran avrebbe inserito tra i possibili obiettivi numerose aziende tecnologiche americane attive in Medio Oriente.

Tra i nomi citati figurano Amazon, Microsoft, Oracle, Google, Nvidia, IBM e Palantir, accusate di fornire infrastrutture cloud e sistemi di intelligenza artificiale utilizzati a supporto delle operazioni militari e di intelligence di Stati Uniti e Israele.

Secondo le informazioni diffuse dall'agenzia iraniana Tasnim, circa 30 siti tecnologici — tra uffici e data center — sarebbero stati inseriti nella lista dei potenziali bersagli, in particolare negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar, in Bahrain e in Israele.


Bilancio umano sempre più pesante

Il costo umano del conflitto continua a crescere. Secondo le stime disponibili, oltre 2.000 persone sono morte dall'inizio della guerra, la maggior parte in Iran ma con vittime anche in Libano e nei Paesi del Golfo.

Centinaia di migliaia di civili sono stati costretti a lasciare le proprie case.

Tra le perdite militari statunitensi figura anche l'equipaggio di un aereo cisterna precipitato nell'Iraq occidentale, dove sono morti tutti e sei i membri dell'equipaggio a bordo.

Mentre i combattimenti si intensificano e le minacce si moltiplicano, gli occhi dei mercati restano puntati sullo Stretto di Hormuz. Se la guerra dovesse colpire davvero l'isola di Kharg o bloccare il passaggio delle petroliere, la crisi potrebbe trasformarsi rapidamente in uno shock energetico globale.


Il petrolio sopra i 100 dollari

Il petrolio torna a correre sui mercati internazionali e supera di nuovo la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, alimentato dalle tensioni geopolitiche e dai timori per l'approvvigionamento energetico globale.

Il Brent, riferimento per il mercato europeo e internazionale, viene scambiato intorno ai 103 dollari al barile, mentre il WTI (West Texas Intermediate) – il benchmark statunitense – oscilla attorno ai 99 dollari.

Il ritorno del petrolio sopra i 100 dollari riaccende i timori per l'inflazione e per i costi dell'energia. Prezzi più alti del greggio si riflettono infatti rapidamente sui carburanti e sui costi di produzione, con possibili ripercussioni sull'economia globale.

Per governi e banche centrali si tratta di un fattore di rischio non trascurabile: se il trend rialzista dovesse proseguire, l'effetto potrebbe essere quello di rallentare la crescita e complicare ulteriormente la gestione delle politiche monetarie.

Il mercato resta quindi in attesa degli sviluppi geopolitici e delle decisioni dei grandi produttori di petrolio, da cui dipenderà l'evoluzione dei prezzi nelle prossime settimane.