Ormai, è ufficiale: il Superbonus frena tutta l’Italia, con un deficit che rimane ostinatamente oltre il limite di Maastricht e i conti pubblici che arrancano invece di ripartire. Le ultime stime riportano un debito dello Stato verso chi ha fruito del Superbonus pari a circa 185 miliardi.
Dunque, è inaccettabile che una decisione di governo, presentata come una panacea per il rilancio dell’economia italiana, finisca per diventare uno degli elementi che schiaccia la nostra stabilità finanziaria a cinque anni di distanza. E non se ne parli.
Non si tratta di “danni collaterali inevitabili”: si tratta dell’esito diretto di scelte governative miopi, fatte senza una visione di lungo periodo. Le fantasie di crescita, di energia verde, di edilizia rigenerata si sono scontrate con una realtà economica che ha visto solo costi esplodere e benefici effimeri.
Per non parlare delle distorsioni e degli abusi che si sono verificati: cantieri bloccati, crediti in bilico, frodi che sono diventate, per troppi, la norma anziché l’eccezione. Il punto non è solo tecnico, ma politico e morale.
Il Superbonus, concepito come incentivo dove lo Stato avrebbe pagato più di quanto fosse speso (il 110%), poteva avere senso solo se fosse stato un intervento mirato e circoscritto, accompagnato da regole rigorose.
Ma così non è stato: mancavano tetti di spesa realistici, controlli adeguati, criteri chiari.
E c'è un responsabile politico chiaro di questo meccanismo che si è rivelato, col tempo, ingestibile, inefficiente e costoso: il governo di Giuseppe Conte con i Cinque Stelle alleati del Partito Democratico. Ministro dell'Economia, l'attuale sindaco PD di Roma, Roberto Gualtieri; ministro dello Sviluppo Economica, il senatore M5S Stefano Patuanelli.
È arrogante pensare che una manovra di questo tipo possa essere ridiscussa a posteriori come se fosse un incidente di percorso. Per mesi si è sentito parlare del Superbonus come di un miracolo economico, mentre oggi emerge per quello che è: una zavorra contabile che continuerà a gravare nel cuore dei nostri conti pubblici fino al 2030-35.
La verità è che il governo M5S-PD ha lasciato agli italiani un’eredità complicata da gestire. Sarebbe ora di smettere di parlare di “colpi di coda” o di cavilli contabili: è il momento di guardare in faccia i fatti e riconoscere che alcune scelte erano davvero discutibili e non hanno portato i frutti immaginati ma, al contrario, hanno finito per danneggiare l’interesse nazionale.
E chi era al timone dovrebbe assumersi la responsabilità di averle volute.

