Ci sono pagine della storia italiana che non possono essere archiviate come un semplice ricordo. Il G8 di Genova del luglio 2001 appartiene a questa categoria. A venticinque anni di distanza, ciò che accadde tra il 19 e il 22 luglio continua a interrogare la coscienza democratica del Paese. Non perché in quei giorni non vi furono anche devastazioni, violenze e scontri provocati da gruppi organizzati, ma perché uno Stato di diritto si misura soprattutto da come esercita il proprio potere, non da quello dei suoi avversari.

Ed è proprio qui che il governo guidato da Silvio Berlusconi porta una responsabilità politica che la storia non può cancellare. Il vertice che avrebbe dovuto mostrare al mondo un'Italia forte e moderna finì invece per consegnare all'opinione pubblica internazionale l'immagine di uno Stato incapace di garantire il diritto costituzionale a manifestare e, soprattutto, incapace di impedire che parti delle proprie forze dell'ordine si rendessero protagoniste di gravissime violazioni dei diritti umani


Oltre duecentomila persone, una città trasformata in un campo di battaglia

A Genova arrivarono oltre 200.000 persone. La stragrande maggioranza partecipava a cortei, dibattiti e iniziative del movimento contro la globalizzazione economica. In mezzo a quella massa vi erano anche gruppi violenti, responsabili di devastazioni e scontri.

Ma proprio la presenza di facinorosi avrebbe imposto una gestione dell'ordine pubblico rigorosa, selettiva e rispettosa della legge. Accadde invece il contrario.

Già prima dell'inizio del vertice era stato chiesto alle autorità italiane di garantire la tutela dei manifestanti e di limitare l'uso della forza ai soli casi strettamente necessari. Quelle richieste rimasero sostanzialmente inascoltate. Nei giorni del G8 si moltiplicarono aggressioni indiscriminate contro manifestanti pacifici, giornalisti e semplici cittadini. Il bilancio fu drammatico: centinaia di feriti e la morte di Carlo Giuliani, ventitreenne, colpito da un proiettile sparato da un carabiniere durante gli scontri di piazza Alimonda.


La Diaz, simbolo del fallimento dello Stato

Se la morte di Carlo Giuliani segnò il punto più tragico delle giornate del G8, la notte tra il 21 e il 22 luglio trasformò la scuola Diaz nel simbolo internazionale dell'abuso del potere.

L'edificio ospitava il dormitorio di numerosi manifestanti e il centro stampa del Genoa Social Forum. L'irruzione della polizia si concluse con decine di persone massacrate di botte. Le successive sentenze ricostruirono un quadro impressionante: persone colpite quando erano già a terra, pestaggi sistematici, lesioni gravissime, comportamenti che avevano messo concretamente in pericolo la vita di alcuni presenti.

Negli anni successivi la magistratura accertò numerose responsabilità. Nel processo d'appello furono riconosciute colpe per molti funzionari dello Stato, ma una parte consistente dei reati cadde in prescrizione. Una circostanza che rese ancora più evidente quanto l'ordinamento italiano fosse allora impreparato ad affrontare violazioni tanto gravi commesse da pubblici ufficiali. 



Bolzaneto, il luogo dove lo Stato rinnegò se stesso

Ma se la Diaz rappresenta l'immagine più nota del G8, è forse Bolzaneto il capitolo più sconvolgente dell'intera vicenda. La caserma, trasformata in centro di detenzione provvisorio, divenne il teatro di comportamenti che nulla hanno a che vedere con una democrazia costituzionale.

Le ricostruzioni giudiziarie hanno descritto un sistema fatto di percosse, insulti continui, umiliazioni, minacce, privazione di cibo, acqua e sonno, persone costrette per ore in posizioni dolorose anche quando erano già ferite. Non episodi isolati, ma una sequenza di abusi che la Corte di Cassazione ha successivamente riconosciuto come gravissime violazioni dei diritti umani.

Amnesty International parlò di «una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente». Un giudizio durissimo, formulato già nel 2002, che non attribuiva quelle violenze a poche "mele marce", ma denunciava responsabilità diffuse nella gestione dell'ordine pubblico e lungo l'intera catena di comando


L'impunità che pesa ancora oggi

A rendere ancora più amara quella vicenda fu anche ciò che accadde nei tribunali. Molti procedimenti portarono all'accertamento delle responsabilità individuali, ma numerose condanne furono svuotate dalla prescrizione. Inoltre, nel 2001 il codice penale italiano non prevedeva ancora il reato di tortura.

Quella lacuna legislativa impedì di punire adeguatamente fatti che oggi verrebbero qualificati diversamente. Solo nel 2017, quasi trent'anni dopo la ratifica della Convenzione ONU contro la tortura, l'Italia introdusse finalmente questa fattispecie nel proprio ordinamento.

È difficile non leggere in questo ritardo una delle grandi sconfitte dello Stato italiano. Per anni le vittime di Bolzaneto e della Diaz hanno dovuto convivere con la sensazione che la giustizia fosse arrivata solo a metà.

Un'eredità che riguarda ancora il presente

Ricordare Genova non significa riscrivere la storia né negare che in quelle giornate vi furono anche violenze da parte di gruppi organizzati (i cosiddetti black bloc). Significa però ribadire un principio fondamentale: in uno Stato democratico la legalità non può essere sospesa proprio da chi è chiamato a difenderla.

La forza pubblica possiede un potere che nessun cittadino ha. Per questo deve essere sottoposta a standard ancora più elevati di legalità, trasparenza e responsabilità. Quando ciò non avviene, non viene colpita soltanto la vittima diretta dell'abuso: si incrina il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni.

A venticinque anni di distanza, il G8 di Genova continua a rappresentare uno spartiacque nella storia repubblicana. Non soltanto per Carlo Giuliani, per la Diaz o per Bolzaneto, ma perché dimostra quanto rapidamente una democrazia possa perdere credibilità quando abdica ai propri principi fondamentali.

La memoria, in questo caso, non è esercizio retorico. È uno strumento di tutela della democrazia. Dimenticare significherebbe accettare che ciò che è accaduto possa un giorno ripetersi. Ricordare, invece, significa pretendere che lo Stato resti sempre fedele alla propria ragion d'essere: garantire i diritti di tutti, anche quando la tensione è massima, anche quando la paura prevale, anche quando governare diventa più difficile. Perché è proprio in quei momenti che si misura la qualità di una democrazia.