Cultura e Spettacolo

"Qui si respira il tempo": Angela Maria Diano e il romanzo che parla di radici, sequestri e alberi notturni

Biologa di formazione, scrittrice di vocazione, Angela Maria Diano ha costruito attorno al capitano Testa un universo narrativo in cui il crimine non è mai separato dalle emozioni. Il suo secondo romanzo è un poliziesco che sa essere anche storia d'amore, elegia del paesaggio calabrese e riflessione sul dolore. Lo abbiamo incontrata per parlare del libro e non solo.

 

 

Angela, la dedica di questo libro colpisce prima ancora di aprire il primo capitolo: "alle mie fronde libere e alle mie radici che il vento scuote ma non strappa". A chi la stavi scrivendo davvero, e cosa volevi dire?

La dedica è sempre molto personale e questa nasce da un'immagine che mi ha accompagnato nella scrittura del romanzo: quella dell'albero come metafora della famiglia, ma anche della solitudine di chi resta. Le "fronde libere" sono i miei figli, a cui ho cercato di insegnare non solo a volare, ma a farlo senza paura, senza quella paura che a volte, da genitore, ti fa desiderare di tenerli legati al tronco. Le "radici che il vento scuote ma non strappa" sono invece le persone che ho amato e che ho perduto, o che ho rischiato di perdere: coloro che restano dentro di te anche quando la vita scuote tutto. Non è una dedica solo ai miei, però. È a chiunque abbia capito che essere "radice", cioè restare, sopportare, farsi carico del peso, è una scelta altrettanto coraggiosa quanto essere foglia al vento. Scrivere questo libro è stato, in fondo, lo stesso gesto: restare, scavare, trasformare il buio in linfa. 

Teresa è un personaggio secondario eppure resta in mente. Una donna senza una storia dichiarata che arriva nella cella di Clara con una spazzola di legno e un chiodo nascosto nell'uva. Come nasce un personaggio così, tutto fatto di gesti invece che di parole?

Teresa è un personaggio “vero”, con limiti e paure che incarna perfettamente, ma capace di immedesimarsi nel dolore dell’altro e lo dimostra con piccoli gesti, spazzolare i capelli, prendersi cura di una donna sola, in cui vede sé stessa, una madre in pericolo. Per lei rischia molto, ma lo fa con semplicità e astuzia, come solo le donne che devono superare grandi problemi sanno fare. Il chiodo nell'uva non è un gesto teatrale: è l'unico modo che ha imparato, nascondere per sopravvivere, proteggere qualcun altro senza farsi notare. I personaggi secondari come Teresa colpiscono chi legge perché sono quelli che bisogna completare da sé, perché lo spazio bianco che lasciano non è vuoto, è invito a partecipare alla narrazione. Teresa si lascia scoprire così, attraverso le azioni, semplici ma importanti. È un'ombra che getta luce, e le ombre, per essere viste, hanno bisogno di chi le guardi con attenzione.

Hai scelto un espediente narrativo abbastanza coraggioso: chi legge sa quasi da subito che Clara è viva, mentre Maurizio e tutti gli altri no. Questa asimmetria di sapere tra lettore e personaggio regge bene nel complesso, ma ti ha mai tentato di lasciare il dubbio aperto più a lungo, magari fino alla metà del romanzo?

È una scelta che ho maturato lentamente, contro il mio istinto di lasciare il destino di Clara in sospeso fino alla fine. Ma Clara era lì e reclamava attenzione. Ho capito che ciò che mi interessava non era la sorpresa del detective, ma il dramma di Clara: lo smarrimento di chi ha scampato la morte senza ancora capire perché. Rendere il lettore partecipe di questo smarrimento, farlo entrare nell’isolamento con lei, nella lenta ricostruzione di sé, mi è sembrato più rispettoso del personaggio che tenere il dubbio aperto. Il lettore sa, ma sa da solo. Porta un peso che i personaggi non condividono, e questo peso trasforma la lettura in un'esperienza di complicità silenziosa. Non è più il giallo del "chi l'ha fatto", ma il giallo del "come si sopravvive a ciò che si sa". Il coraggio, qui, non è nell'espediente narrativo: è nella fiducia che il lettore possa sopportare un dolore anticipato, e trasformarlo in attenzione. E poi rimane in sospeso la reazione di Testa che il lettore attende e partecipa alla sua emozione nel ritrovare Clara viva.

Sei al tuo secondo romanzo su Testa dopo "Il vaso di Pandora" del 2023. Il capitano cresce da un libro all'altro: qui lo vediamo in lutto, poi in crisi, poi di nuovo in azione, e alla fine fa una scelta radicale che cambia tutta la sua vita. Stai già scrivendo un terzo romanzo su di lui, o è ancora presto per dirlo?

È ancora presto per dirlo, ma Testa non è un personaggio che si esaurisce in due libri. È dinamico nel senso più vero del termine: non perché cambia rapidamente, ma perché si lascia scoprire poco alla volta, come un territorio che rivela il suo volto solo a chi cammina con pazienza. Qui lo abbiamo visto in lutto, in crisi, di nuovo in azione — e infine in una scelta radicale che solo chi ha fiducia nelle proprie forze ed è capace di sfidare la vita riesce a fare. D’altra parte, ci ha abituato alle sorprese e sicuramente nel prossimo libro ce ne riserverà ancora. C'è in lui una voglia di scoprire che mi sembra contagiosa, e una voglia di far conoscere a Clara i luoghi che lo hanno fatto innamorare della Calabria. Perché in fondo Testa e la Calabria si somigliano: entrambi hanno imparato a nascondere la loro bellezza dietro una corazza, entrambi chiedono tempo e attenzione, entrambi premiano chi resta. 

Verso la fine, Clara posa la mano sul tronco di un ulivo secolare nella villa che diventerà la loro casa e dice: "Qui si respira il tempo". È anche un movimento personale, questo ritorno alla terra d'origine che hai messo in scena, o appartiene soltanto ai personaggi?

Non è un ritorno in senso letterale: io vivo in Calabria da sempre, e faccio i conti quotidiani con una bellezza che sa attrarre solo chi la sa guardare senza pregiudizi. Ma è un ritorno nel senso più vero dello scrivere, quello che ti costringe a riattraversare i luoghi con altri occhi, a scoprire, insieme ai personaggi, angoli inaspettati di una terra che credevi di conoscere. Testa, nel primo romanzo, era arrivato in Calabria a malincuore: una missione che considerava punizione, un esilio mascherato da trasferimento. Eppure, fin dal primo sguardo, dal finestrino del treno, il paesaggio aveva cominciato a parlargli. Mi piace accostarlo a Giuseppe Berto, lo scrittore del Male oscuro, che in Calabria aveva curato la depressione e l'aveva definita "il mio Paradiso in terra": una bellezza che guarisce, ma solo se la lasci entrare. Poi sono arrivate le persone, quella semplicità tanto accogliente quanto disarmante, e Sasà  dapprima snobbato, poi grande amico. Clara, quando posa la mano sull'ulivo e dice "Qui si respira il tempo", non sta solo descrivendo un albero: sta imparando a respirare lei stessa, dopo anni di apnea. Il ritorno alla terra d'origine è un ritorno alla possibilità di sentire, di abitare il presente senza fuggire. È un movimento che appartiene ai personaggi, certo, ma anche a chi scrive: ogni romanzo è un modo di rientrare in casa propria e di sorprendersi sempre.

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Autore edoardo79
Categoria Cultura e Spettacolo
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