Esteri

Trump rilancia la guerra dei dazi: nuove tariffe su oltre 80 Paesi mentre il conflitto con l'Iran minaccia di riaccendere l'inflazione

L'amministrazione di Donald Trump ha impresso una nuova accelerazione alla propria strategia protezionistica, introducendo da venerdì una nuova ondata di dazi sulle importazioni provenienti da oltre 80 Paesi. La decisione rappresenta l'ultimo capitolo di una battaglia commerciale che, nonostante le ripetute bocciature dei tribunali statunitensi, continua a ridisegnare il sistema degli scambi internazionali e ad alimentare forti preoccupazioni tra imprese, consumatori ed economisti.

La nuova offensiva commerciale arriva inoltre in un momento particolarmente delicato per l'economia americana. Alla pressione derivante dalle nuove imposte sulle importazioni si somma infatti la crescente instabilità geopolitica provocata dall'escalation militare con l'Iran, che ha già iniziato a spingere verso l'alto i prezzi del petrolio e dei carburanti, rischiando di compromettere i progressi compiuti negli ultimi mesi nella lotta all'inflazione.


Entrano in vigore nuove tariffe dal 10 al 12,5%

Le nuove misure sono scattate alle 00:01 di venerdì e sostituiscono il precedente dazio universale del 10%, ormai scaduto. Le aliquote variano ora tra il 10% e il 12,5% e colpiscono merci provenienti da oltre ottanta Paesi.

Per Donald Trump si tratta dell'ennesimo tentativo di costruire un sistema commerciale profondamente diverso da quello esistente, fondato su una protezione permanente dell'industria americana attraverso l'utilizzo sistematico delle tariffe doganali.

L'obiettivo dichiarato dalla Casa Bianca è quello di difendere la produzione nazionale dalla concorrenza estera, favorire il ritorno delle attività manifatturiere negli Stati Uniti, aumentare i salari dei lavoratori americani e ridurre il deficit commerciale.

Negli ultimi diciassette mesi, tuttavia, questa strategia si è tradotta in una continua successione di provvedimenti, ricorsi giudiziari e modifiche legislative, con l'amministrazione costretta più volte a cambiare base giuridica dopo le pronunce dei tribunali federali e della Corte Suprema.


Il nuovo fondamento giuridico: la Section 301

Questa volta l'amministrazione ha scelto di utilizzare la Section 301 del Trade Act del 1974, una norma che autorizza il presidente a imporre dazi nei confronti di Paesi che adottino pratiche commerciali ritenute irragionevoli o discriminatorie nei confronti degli Stati Uniti.

Secondo Washington, molti governi non avrebbero adottato o fatto rispettare efficacemente norme che vietino l'importazione di beni prodotti mediante lavoro forzato. Questa situazione, sostiene la Casa Bianca, penalizzerebbe le imprese americane che invece sono obbligate a rispettare standard molto più rigorosi.

Tra i Paesi colpiti figurano anche partner storici degli Stati Uniti. Il Canada è soggetto a un dazio del 10%, nonostante abbia già introdotto il divieto di importare merci realizzate con lavoro forzato. Anche l'Unione Europea viene colpita con un'aliquota del 10%, pur avendo approvato un analogo divieto destinato a entrare in vigore nel dicembre 2027.

Per l'amministrazione Trump, tuttavia, tali norme non sarebbero applicate con sufficiente efficacia.


Le accuse? Un pretesto

Molti osservatori contestano però questa ricostruzione. Gli Stati Uniti dispongono certamente di una delle legislazioni più severe al mondo contro l'importazione di beni prodotti con lavoro forzato. Da quasi un secolo vietano infatti l'ingresso di merci ottenute attraverso forme di schiavitù e, nel 2021, hanno approvato una legge specifica contro i prodotti provenienti da una regione cinese dove il lavoro forzato era stato ritenuto sistematico.

Allo stesso tempo, però, diverse organizzazioni ricordano come negli stessi Stati Uniti continui a essere ammesso il lavoro carcerario in condizioni considerate coercitive da numerose associazioni sindacali.

Secondo molti esperti, il tema del lavoro forzato costituirebbe quindi soprattutto una giustificazione giuridica per reintrodurre dazi che la Corte Suprema aveva già dichiarato illegittimi.

Peter Harrell, ex funzionario dell'amministrazione Biden e oggi docente presso la Georgetown Law School, sostiene che le differenze minime tra le tariffe applicate ai vari Paesi dimostrerebbero come l'indagine sul lavoro forzato rappresenti soltanto un pretesto per realizzare il progetto economico di Trump. A suo giudizio, la questione non riguarderebbe realmente il lavoro forzato, bensì la volontà del presidente di mantenere una protezione tariffaria permanente. Critiche analoghe sono arrivate anche dal senatore democratico Ron Wyden, secondo cui, se l'amministrazione volesse davvero combattere il lavoro forzato, dovrebbe anzitutto rafforzare l'applicazione delle norme già esistenti negli stessi Stati Uniti. (fonte NYT)



Le eccezioni previste

Le nuove tariffe non riguardano tutti i prodotti. Restano esclusi petrolio, gas naturale e alcune materie prime considerate strategiche. Sono inoltre esclusi i beni già disciplinati dall'accordo commerciale tra Stati Uniti, Canada e Messico (USMCA), oltre ai prodotti già sottoposti ai dazi per motivi di sicurezza nazionale, come automobili, acciaio e altri comparti industriali.

L'amministrazione ha però già annunciato ulteriori misure nelle prossime settimane.

Sono infatti in corso nuove indagini commerciali nei confronti di quindici Paesi e dell'Unione Europea per presunte pratiche industriali scorrette, che potrebbero tradursi in ulteriori aumenti tariffari.


Una lunga battaglia con i tribunali

Il percorso seguito dall'amministrazione Trump è stato caratterizzato da continui ostacoli giudiziari.La Costituzione americana attribuisce infatti al Congresso il potere di regolare il commercio internazionale, anche se nel tempo il Parlamento ha delegato al presidente alcuni poteri straordinari per intervenire in situazioni specifiche.

Trump aveva inizialmente costruito il proprio sistema tariffario ricorrendo alla normativa sulle emergenze internazionali.

Lo scorso febbraio, tuttavia, la Corte Suprema ha dichiarato illegittimo quell'utilizzo della legge, ordinando persino il rimborso di circa 160 miliardi di dollari di entrate derivanti dai dazi imposti.

Successivamente la Casa Bianca aveva tentato di utilizzare la Section 122 del Trade Act del 1974, mai impiegata prima nella storia americana per introdurre dazi generalizzati. Anche questa scelta è stata però contestata davanti ai tribunali federali.

Ora l'amministrazione punta sulla Section 301, già utilizzata durante il primo mandato di Trump contro la Cina e sopravvissuta ai precedenti ricorsi giudiziari. La differenza è che questa norma non era mai stata applicata contemporaneamente a decine di Paesi come avviene oggi.

Nel frattempo Trump ha rispolverato anche un'altra legge quasi dimenticata, la Section 338 del Tariff Act del 1930, conosciuto come Smoot-Hawley Tariff Act, per imporre un dazio del 50% su numerose esportazioni canadesi. Anche questa disposizione non era mai stata utilizzata in precedenza.


La guerra con l'Iran complica ulteriormente il quadro

Le nuove tensioni commerciali si intrecciano con un contesto internazionale già estremamente instabile. La ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran ha infatti provocato un'immediata impennata dei mercati energetici.

Il petrolio è tornato a sfiorare i 100 dollari al barile, mentre in molte aree degli Stati Uniti il prezzo della benzina ha superato i 4 dollari al gallone.

Dopo settimane nelle quali inflazione e prezzi dell'energia sembravano finalmente mostrare segnali incoraggianti, il conflitto ha completamente modificato lo scenario.

Secondo Fitch Ratings, tanto più a lungo proseguirà la guerra con l'attuale intensità, tanto maggiori saranno le conseguenze negative per i consumatori americani.

Donald Trump, intervenendo durante un comizio in Georgia, ha comunque minimizzato i rischi, sostenendo che l'inflazione sia ormai in forte calo e promettendo una futura riduzione dei prezzi dell'energia.


Inflazione ancora lontana dall'obiettivo

L'economia americana continua a mostrare una notevole capacità di resistenza. Le stime di Oxford Economics indicano una crescita del Pil pari al 2,3% nel corso dell'anno, mentre il mercato del lavoro continua a registrare un'espansione, seppure più contenuta rispetto al passato.

L'inflazione, però, rimane significativamente superiore all'obiettivo fissato dalla Federal Reserve. A giugno i prezzi al consumo risultavano ancora superiori del 3,5% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, ben oltre il target del 2%.

Secondo Goldman Sachs, un petrolio stabilmente intorno ai 100 dollari potrebbe alimentare nuovi aumenti dei prezzi ben oltre il comparto energetico, coinvolgendo trasporti, alimentari, fertilizzanti e numerosi altri beni. Le famiglie a basso reddito rischiano di essere le più penalizzate.

La National Energy Assistance Directors Association stima che, se il greggio dovesse mantenersi sui livelli attuali, le famiglie americane che utilizzano combustibili da riscaldamento potrebbero affrontare il prossimo inverno una spesa media di circa 1.700 dollari, contro gli 1.100 della stagione precedente.


Federal Reserve sotto pressione

Il nuovo scenario rende ancora più complesso il lavoro della Federal Reserve, che si riunirà nei prossimi giorni per valutare la politica monetaria.

La banca centrale si trova infatti a dover gestire contemporaneamente diversi fattori di incertezza: la persistenza dell'inflazione, l'impatto delle nuove tariffe commerciali, l'aumento dei prezzi energetici provocato dalla guerra con l'Iran e gli effetti economici della diffusione dell'intelligenza artificiale.

Se l'intero pacchetto tariffario annunciato da Trump verrà applicato integralmente, l'aliquota media dei dazi statunitensi potrebbe raggiungere il 12,8% entro la fine dell'anno. Per le famiglie americane questo potrebbe tradursi in un aggravio medio di circa 1.100 dollari all'anno, il doppio rispetto ai circa 550 dollari stimati nello scenario precedente.

L'effetto combinato tra guerra, rincari energetici e nuove tariffe rischia quindi di riportare l'economia statunitense in una situazione già sperimentata durante i primi mesi del secondo mandato di Trump: prezzi più elevati, maggiore incertezza per imprese e consumatori e una Federal Reserve costretta a valutare se mantenere elevati i tassi d'interesse più a lungo del previsto.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
ha ricevuto 60 voti
Commenta Inserisci Notizia