C'è un filo rosso che lega tutte le nuove misure sulla sicurezza messe sul tavolo dal governo Meloni: la paura. Paura del dissenso, paura della povertà, paura dei giovani, paura degli stranieri. Un governo che si dice “forte” ma che reagisce come fanno sempre gli esecutivi deboli: restringendo diritti, ampliando i poteri repressivi e costruendo un diritto speciale per chi è più fragile.

Il pacchetto di 65 misure preparato dal Viminale e presentato ieri alla Camera dal ministro Piantedosi non è un intervento organico contro il crimine. È una dichiarazione politica: l'ordine pubblico viene prima della democrazia, la disciplina prima delle libertà, l'autorità prima delle garanzie. Il tutto condito con la solita propaganda securitaria che la Lega rivendica a voce alta, anche quando cita misure che nemmeno esistono nelle bozze. Perché il punto non è governare, ma agitare.

Il metodo è ormai collaudato: un decreto legge per colpire subito, riducendo al minimo il confronto parlamentare, e un disegno di legge per trascinare il dibattito e usarlo come clava contro le opposizioni. Non si cerca consenso, si cerca lo scontro. E possibilmente la criminalizzazione di chi dissente.

I quattro assi dell'intervento parlano chiaro. I minori vengono trattati come adulti per punire, ma non per proteggere. Il dissenso diventa un problema di polizia. I migranti vengono rinchiusi in un regime giuridico separato, sempre più povero di diritti. Le forze dell'ordine, invece, vengono circondate da tutele, scudi e corsie preferenziali, come se il problema del paese fosse l'eccesso di controlli sulla polizia e non, semmai, il contrario.

Il decreto sui Cpr segna un passaggio inquietante: dopo trent'anni si “disciplina” la detenzione amministrativa, ma lo si fa togliendo garanzie, limitando il patrocinio gratuito, accelerando espulsioni e concedendo al Viminale ampie deroghe alle norme vigenti. È la normalizzazione dell'eccezione. Un diritto speciale per gli stranieri, dove la legalità diventa opzionale.

Sul fronte urbano, le zone rosse diventano permanenti, le telecamere si moltiplicano, i poteri della polizia penitenziaria crescono, soprattutto nelle operazioni sotto copertura. Il messaggio è semplice: più controllo, meno trasparenza. E se qualcosa va storto, nessun problema: per gli agenti arriva lo scudo contro l'iscrizione automatica nel registro degli indagati. La legge è severa con i cittadini, comprensiva con chi la applica.

Il capitolo sui giovani è forse il più ipocrita. Divieti, arresti in flagranza, ammonimenti già dai 12 anni, sanzioni accessorie che colpiscono patente, passaporto, permesso di soggiorno. Nessun investimento serio in scuola, servizi sociali, spazi di aggregazione. Solo repressione. Come se il disagio si risolvesse a colpi di manette.

E poi c'è il dissenso. Qui il governo mostra il suo volto più autoritario. Basta una denuncia per essere esclusi dai centri urbani. Controlli e perquisizioni liberalizzati durante le manifestazioni. Un “fermo di prevenzione” fino a 12 ore per chi è solo sospettato di poter disturbare un corteo. Multe fino a 20mila euro per chi devia dal percorso o non scioglie un presidio. Sanzioni amministrative, quindi senza le garanzie del penale. Una repressione low cost, rapida e arbitraria.

Nel frattempo, sull'immigrazione si continua con la strategia dei blocchi alle navi ong, delle espulsioni accelerate, dell'obbligo di cooperazione nei Cpr, della riduzione dei diritti per i minori stranieri appena diventano maggiorenni. I ricongiungimenti familiari diventano un privilegio per pochi. L'asilo viene svuotato dall'interno, anticipando norme europee non ancora in vigore e riducendo il controllo dei giudici.

Il segnale finale è inequivocabile: è l'esecutivo che detta i confini dei diritti fondamentali e restringe il potere giudiziario. Non il contrario. Altro che sicurezza: qui si sta costruendo uno Stato che diffida dei suoi cittadini e li tratta come un problema da contenere. Quando un governo smette di fidarsi della società, la sicurezza non aumenta. Si incrina la democrazia.