Giorgia Meloni entra ufficialmente nella campagna per il referendum costituzionale sulla cosiddetta riforma della giustizia. Lo fa con un video diffuso oggi sui social, nel quale invita esplicitamente gli italiani a votare Sì. Un intervento politico diretto che smentisce quanto affermato in precedenza dalla stessa premier, quando aveva assicurato che non avrebbe trasformato il referendum in una campagna personalizzata.
Il cambio di linea è evidente e difficilmente casuale. Secondo diverse indiscrezioni politiche, i sondaggi indicherebbero infatti un calo del consenso per la riforma promossa dal governo. E così Meloni ha deciso di scendere personalmente in campo per cercare di recuperare terreno.
Nel video la presidente del Consiglio ripete uno degli argomenti più utilizzati dalla propaganda della maggioranza: la riforma – sostiene – servirebbe a migliorare il funzionamento della giustizia e a far pagare ai giudici gli errori nelle sentenze. Una tesi che appare però più uno slogan politico che una descrizione reale della riforma.
Nel sistema giudiziario, infatti, gli errori giudiziari sono già regolati da norme precise e da meccanismi di responsabilità civile dello Stato e dei magistrati. L’idea che una modifica costituzionale possa trasformare la giustizia in una macchina capace di “punire i giudici che sbagliano” appare quindi più come una promessa politica che una reale innovazione normativa. E soprattutto resta una domanda inevitabile: chi stabilirà quali sono le sentenze “sbagliate”?
Il rischio, denunciato da molti giuristi, è che a essere considerate “sbagliate” diventino soprattutto le sentenze scomode per il potere politico del momento. Non è un timore teorico. Nel suo intervento Meloni ha infatti affermato che la riforma servirebbe a far funzionare meglio il Paese, arrivando di fatto a mettere in discussione il principio di indipendenza della magistratura, definito implicitamente un ostacolo.
È un passaggio che colpisce perché ribalta uno dei cardini dello Stato di diritto: la separazione dei poteri. In tutte le democrazie costituzionali la magistratura deve restare indipendente proprio per evitare che la giustizia diventi uno strumento nelle mani della politica.
Eppure la premier ha scelto un altro registro comunicativo, rivolgendosi direttamente agli elettori e sostenendo che i primi a trarre vantaggio dalla riforma sarebbero proprio loro. Un argomento che suona familiare nella storia politica.
Viene in mente un passaggio del libro “La scuola dei dittatori” di Ignazio Silone, in cui si spiega come le leggi liberticide possano essere fatte accettare all’opinione pubblica: basta presentarle come provvedimenti pensati per il bene dei cittadini.
Il parallelo non è casuale. Anche in questo caso una riforma che modifica l’equilibrio tra poteri dello Stato viene raccontata come un beneficio diretto per gli elettori. Ma la storia costituzionale insegna che quando la politica prova a mettere le mani sulla giustizia, raramente lo fa per rafforzare i diritti dei cittadini.
L’intervento di Meloni segna quindi un passaggio politico importante: la presidente del Consiglio ha scelto di personalizzare la battaglia referendaria, trasformandola in uno scontro diretto con chi difende l’autonomia della magistratura.
Un segnale che tradisce anche una certa preoccupazione. Perché se il consenso fosse davvero solido, probabilmente non ci sarebbe stato bisogno che la premier scendesse in campo in prima persona.


