Nella gara agli Oscar 2026 per i Migliori Costumi c'è un dato ormai difficile da ignorare: Frankenstein di Guillermo del Toro occupa stabilmente il centro della conversazione. Il lavoro di Kate Hawley ha trasformato il costume design in architettura emotiva e narrativa, imponendosi come riferimento assoluto grazie a un dominio quasi ininterrotto tra premi critici e associazioni regionali. Il film non è soltanto il frontrunner numerico, ma il progetto che meglio sintetizza ciò che l’Academy tende a premiare in questa categoria: identità visiva forte, coerenza concettuale e un posizionamento industriale che lo eleva a “evento estetico”.

Alle spalle del leader, il quadro resta competitivo ma chiaramente gerarchizzato. Wicked: For Good e Sinners rappresentano le alternative più solide: il primo forte di una spettacolarità dichiarata e di una visibilità industriale enorme, il secondo sostenuto dal prestigio autoriale e culturale di Ruth E. Carter, figura centrale nella storia recente del ramo.

Hamnet, con il suo approccio organico e materico al costume d’epoca, incarna invece il candidato “di qualità”, rispettato e costante, ideale per un’Academy sensibile all’artigianato e alla raffinatezza narrativa più che all’impatto immediato.

Il vero terreno di tensione, però, si gioca sul quinto slot. Hedda resta presente in tutte le conversazioni chiave, ma la sua natura sottile e psicologica lo espone a un possibile colpo di scena: il ritorno di una "legacy" come quella di Colleen Atwood potrebbe ribaltare gli equilibri, dimostrando ancora una volta quanto il ramo dei costumisti sappia oscillare tra audacia contemporanea e reverenza storica. In una categoria dove nulla è puramente decorativo, anche la cinquina finale rischia di raccontare molto più di una semplice classifica.