Il Var resta a guardare e l'Inter vince il derby d'Italia
Bellissima partita, rovinata da un gesto brutto, molto brutto! È questo il paradosso dell’ultimo Derby d’Italia: novanta minuti intensi, degni della storia di Juventus e Inter, macchiati da un episodio che continuerà a far discutere più del risultato.
L’espulsione di Pierre Kalulu, provocata da una simulazione tanto plateale quanto decisiva, è l’immagine che resta. Non solo per l’errore arbitrale, ma per l’esultanza successiva: un manifesto di non sportività che stride con le lezioni di fair play che lo sport italiano - e milanese in particolare - ha mostrato in questi giorni. Mentre sulle piste si celebrava l’inchino delle sconfitte a Federica Brignone e sul podio del fondo si attendeva con rispetto l’ultima arrivata, a San Siro si festeggiava un cartellino rosso strappato con l’inganno.
Per anni, dai tempi del Il Processo del Lunedì di Aldo Biscardi, si è invocata la moviola in campo. Oggi che il VAR esiste, un cavillo regolamentare ne ha impedito l’intervento. Un contrappasso quasi grottesco: in una stagione segnata da un “interventismo” spesso eccessivo e da interpretazioni opache sui falli di mano, proprio nel momento più delicato il protocollo ha negato l'evidenza di una simulazione plateale, che tutti hanno visto tranne arbitro e guardialinee. Decisione troppo rapida, quanto sbagliata, dell’arbitro Daniele La Penna, impossibile rientrare nel perimetro tecnico dell’errore “revisionabile”.
Il risultato? Tre punti pesanti per l’Inter sulla strada dello scudetto, ma anche una scia di polemiche che non giovano a nessuno.
Nel pomeriggio è intervenuto anche John Elkann, con una telefonata al presidente FIGC Gabriele Gravina per esprimere il proprio disappunto verso gli errori arbitrali accumulati durante la stagione. Una presa di posizione che ricalca quella della dirigenza bianconera nel post-partita.
Intanto il dibattito è tracimato ovunque. Roberto Saviano ha attaccato via social, Ignazio La Russa ha difeso in tv. La solita polarizzazione italiana, dove il calcio diventa pretesto per regolare conti antichi.
E poi c’è il lato oscuro: insulti e minacce che hanno costretto Alessandro Bastoni e la moglie a chiudere i commenti sui social. Qui la misura si perde del tutto. La simulazione è criticabile, l’esultanza discutibile, ma la violenza verbale è un fallimento collettivo. Il tifoso non è sinonimo di antisportivo e non dovrebbe mai diventare sinonimo di odiatore.
Bastoni non sarà squalificato: il regolamento non prevede prova tv in questi casi. Anche questo è un limite che il sistema dovrà interrogarsi se colmare. Ma la questione non è solo disciplinare, è culturale. Cristian Chivu, nella sua difesa d’ufficio, ha perso l’occasione di distinguersi davvero in un calcio che, quando si parla di arbitri, preferisce la trincea all’autocritica.
Sul campo, però, resta la prestazione della Juventus: in dieci uomini ha giocato una partita di orgoglio e qualità. L’onore del campo non restituisce punti, ma racconta una squadra viva. E racconta anche un nervosismo che si trascinerà: dalle parole di Giorgio Chiellini e Comolli fino alle eventuali sanzioni che emergeranno dal referto arbitrale.
Ora la Champions: la Juventus contro il Galatasaray, l’Inter in casa del Bodo. L’Europa come via di fuga dalle bassezze domestiche. Per Chivu, forte di un +8, è un percorso più sereno; per Spalletti — braccato in classifica — molto meno.
Resta infine il campo e le sue gerarchie: enorme Pio Esposito, utile Thuram, vivace Bonny. Tutti incisivi. Non ancora Lautaro, che rompe tabù collettivi ma non il proprio.
Il Derby d’Italia consegna all’Inter tre punti e molte ombre. Alla Juventus rabbia e orgoglio. Al calcio italiano, l’ennesima occasione per interrogarsi su regole, cultura sportiva e responsabilità individuali.
Perché si può vincere anche senza simulare. E si può perdere senza gridare al complotto. Il resto è rumore.