Esteri

Guerra Usa-Iran, il conflitto si allarga al Golfo: pioggia di missili, lo Stretto di Hormuz resta chiuso


La guerra tra Stati Uniti e Iran entra in una fase ancora più pericolosa. Nelle ultime ore le forze americane e quelle iraniane hanno intensificato lo scambio di attacchi missilistici e con droni, allargando il teatro delle operazioni a gran parte del Golfo Persico e coinvolgendo direttamente basi militari statunitensi e Paesi alleati di Washington. Parallelamente, Teheran ha confermato di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta, sostenendo che la misura resterà in vigore "fino alla fine dell'interferenza americana nella regione".

L'escalation arriva dopo una settimana segnata da ripetuti attacchi contro navi commerciali e dalla definitiva rottura del cessate il fuoco annunciata dal presidente statunitense Donald Trump. Pur dichiarando conclusa la tregua che avrebbe dovuto fermare il conflitto iniziato il 28 febbraio con l'offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il presidente americano continua a lasciare aperta la possibilità di una ripresa dei negoziati attraverso la mediazione di Paesi della regione.

Lo Stretto di Hormuz al centro dello scontro

Il punto più delicato della crisi resta lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale, prima dello scoppio della guerra, transitava circa un quinto delle esportazioni mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.

Secondo le autorità iraniane, la chiusura è stata decisa dopo che una nave commerciale avrebbe ignorato le rotte autorizzate da Teheran. I Pasdaran sostengono di aver inizialmente colpito l'imbarcazione con colpi di avvertimento e successivamente di aver bloccato una seconda nave. L'Iran insiste nel sostenere che l'unica rotta considerata sicura sia quella indicata dalle proprie autorità marittime, respingendo i corridoi suggeriti dagli Stati Uniti attraverso le acque omanite.

La versione americana è completamente diversa. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) afferma infatti che il traffico commerciale continua a transitare nello stretto e accusa l'Iran di aver attaccato deliberatamente una nave mercantile battente bandiera cipriota, la MV GFS Galaxy, provocando gravi danni alla sala macchine e costringendo l'equipaggio ad abbandonare l'imbarcazione.

Le autorità britanniche dell'UK Maritime Trade Operations hanno confermato che l'equipaggio è stato evacuato su una scialuppa di salvataggio. Il ministero degli Esteri indiano ha inoltre riferito che dieci degli undici cittadini indiani presenti a bordo sono stati tratti in salvo, mentre uno risulta ancora disperso.

La massiccia risposta americana

Washington ha reagito lanciando una nuova e vasta ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani.

Secondo il Centcom, nella sola giornata di sabato sono stati colpiti 140 obiettivi militari, portando a oltre 300 il numero totale dei bersagli distrutti nelle ultime tre notti di operazioni.

Tra gli obiettivi figurano: siti missilistici; basi per droni; reti di comunicazione militare; installazioni radar; strutture di sorveglianza costiera; basi utilizzate per attacchi contro la navigazione commerciale. L'obiettivo dichiarato dagli Stati Uniti è quello di ridurre drasticamente la capacità iraniana di minacciare le navi civili e commerciali nello Stretto di Hormuz.

Il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha commentato duramente l'operazione scrivendo sui social: "L'Iran ha fatto una pessima scelta. Ora ne paga il prezzo."

Media iraniani hanno confermato esplosioni in numerose città portuali del Paese e attacchi contro basi costiere e infrastrutture per le telecomunicazioni lungo il litorale meridionale.


La controffensiva iraniana investe tutto il Golfo

La risposta iraniana rappresenta una delle più vaste offensive regionali dall'inizio della guerra. I Pasdaran hanno annunciato quella che definiscono la "prima fase" della rappresaglia, rivendicando attacchi simultanei contro numerosi obiettivi militari americani e dei loro alleati.

Secondo Teheran sarebbero stati colpiti: il centro di comando e controllo della base aerea Prince Hassan in Giordania; gli hangar dei droni MQ-9 presenti nella stessa installazione; un sito radar statunitense in Kuwait; piattaforme di supporto e rifornimento della portaerei americana in Oman; un centro di manutenzione aeronautica e una struttura di comando in Qatar. Il Qatar ha confermato che detriti provocati dagli attacchi hanno ferito tre persone, tra cui un bambino.

Negli Emirati Arabi Uniti i sistemi di difesa aerea sono entrati in funzione contro missili e droni iraniani, mentre sirene d'allarme sono risuonate anche in Bahrein. Esplosioni sono state udite nella capitale qatariota Doha. Le autorità emiratine hanno successivamente precisato che le minacce missilistiche intercettate si trovavano comunque al di fuori dei confini nazionali.

Anche la Giordania ha riferito che tre missili provenienti dal territorio iraniano sono caduti nel Paese provocando soltanto danni materiali di lieve entità, senza vittime. L'agenzia di stampa dell'Oman ha inoltre riferito di nuovi attacchi con droni nella regione di Musandam.


Il cessate il fuoco è ormai saltato?

L'intensificazione degli scontri segue gli incidenti che nei giorni scorsi hanno coinvolto tre petroliere commerciali. Secondo Washington, proprio quegli attacchi hanno spinto gli Stati Uniti ad autorizzare una nuova serie di raid contro l'Iran, ai quali Teheran ha poi risposto colpendo basi e alleati americani nella regione.

Donald Trump ha dichiarato che gli ultimi attacchi iraniani hanno di fatto posto fine al cessate il fuoco. L'Iran, invece, accusa gli Stati Uniti di aver violato per primi gli accordi.

Nonostante il rapido deterioramento della situazione, entrambe le parti continuano però a lasciare aperta la porta ai negoziati, grazie soprattutto alla mediazione di Oman, Qatar e Pakistan.

Secondo fonti statunitensi riportate dai media americani, funzionari iraniani avrebbero inoltre comunicato informalmente ai mediatori che gli attacchi contro alcune petroliere sarebbero stati il risultato dell'iniziativa di un gruppo interno non pienamente controllato dalle autorità centrali. Una ricostruzione che, tuttavia, non ha trovato conferme ufficiali da parte di Teheran.

L'ultimatum di Mohammad Bagher Ghalibaf

A rendere ancora più duro il confronto è intervenuto il presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore con Washington, Mohammad Bagher Ghalibaf.

In un messaggio pubblicato su X ha scritto:

"L'era degli accordi a senso unico è finita. Ve lo avevamo detto: mantenete la parola data oppure pagherete il prezzo. La realtà sta bussando alla porta."
Parole che confermano il progressivo irrigidimento della posizione iraniana e che mettono ulteriormente in discussione il futuro dell'accordo provvisorio raggiunto appena un mese fa per tentare di porre fine al conflitto.

Proseguono i contatti diplomatici

Parallelamente agli scontri militari continuano comunque i tentativi diplomatici. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha avuto un colloquio telefonico con il collega pakistano Ishaq Dar, mentre sabato aveva incontrato in Oman il ministro degli Esteri Badr Albusaidi.

Al centro delle discussioni vi sono soprattutto la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz e la definizione di possibili meccanismi condivisi per garantire il transito delle navi mercantili.

Secondo il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baqaei, delegazioni tecniche, giuridiche e politiche di Iran, Oman e Qatar hanno concordato di proseguire il confronto nelle prossime settimane.

La vendetta promessa dalla nuova Guida Suprema

Sul piano politico e simbolico pesa anche il primo messaggio diffuso dalla nuova Guida Suprema iraniana, l'ayatollah Mojtaba Khamenei, succeduto al padre Ali Khamenei, ucciso nei bombardamenti che hanno aperto la guerra il 28 febbraio.

In una dichiarazione letta dalla televisione di Stato, Mojtaba Khamenei ha promesso vendetta per la morte del padre e di tutti i caduti del conflitto.

"La vendetta è la volontà della nazione", ha affermato, aggiungendo che il compimento di questa promessa "non dipende dalla presenza o meno dei dirigenti politici".

Il nuovo leader non è ancora apparso pubblicamente dall'inizio della guerra, ma il suo messaggio conferma che la nuova leadership iraniana intende mantenere una linea di estrema fermezza nei confronti di Washington.


Mercati energetici sotto pressione

La chiusura di Hormuz continua intanto a produrre effetti immediati sui mercati internazionali. Le difficoltà nel traffico marittimo hanno provocato una forte impennata dei prezzi del petrolio e del gas naturale liquefatto, alimentando nuove pressioni inflazionistiche a livello mondiale.

Per gli Stati Uniti il rincaro della benzina rappresenta un problema politico particolarmente delicato in vista delle elezioni di medio termine di novembre, mentre per l'intera economia globale il protrarsi della crisi rischia di compromettere la stabilità delle catene di approvvigionamento energetico.

Con il conflitto ormai esteso a gran parte del Golfo Persico, il rischio di un ulteriore allargamento della guerra appare oggi più concreto che mai. Sul terreno proseguono i bombardamenti, mentre sul piano diplomatico i mediatori tentano di evitare che la regione precipiti definitivamente in uno scontro ancora più vasto, capace di coinvolgere un numero crescente di Paesi e di produrre conseguenze economiche e strategiche su scala mondiale.

Autore Ugo Longhi
Categoria Esteri
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