Esteri

Gli USA preparano lo sbarco sull'isola di Kharg mentre Teheran boccia la proposta negoziale ricevuta tramite il Pakistan

Washington valuta uno scenario finora impensabile: un'operazione militare diretta sul territorio iraniano. Secondo fonti riportate dalla stampa americana, tra cui il Washington Post, il Pentagono starebbe pianificando l'impiego di migliaia di paracadutisti della 82ª Divisione aviotrasportata con un obiettivo preciso: prendere il controllo dell'isola di Kharg, cuore energetico della Repubblica islamica.

Situata a soli 24 chilometri dalla costa iraniana nel Golfo Persico, Kharg rappresenta il principale hub di esportazione del petrolio iraniano: da qui passa circa il 90% del greggio destinato ai mercati internazionali. Colpire — o peggio occupare — questo nodo significherebbe toccare il nervo scoperto dell'economia di Teheran.

Secondo le valutazioni americane, un'operazione di terra potrebbe essere condotta rapidamente, sfruttando la capacità di dispiegamento lampo della 82ª Divisione, una forza d'élite in grado di intervenire entro 18 ore ovunque nel mondo. Ma il prezzo di sangue sarebbe altissimo: le truppe si troverebbero esposte a una pioggia continua di missili e droni da parte dei Pasdaran, in uno scenario che rischia di trasformarsi in un conflitto ad alta intensità.

Non è un caso che, nelle scorse settimane, gli Stati Uniti abbiano già colpito obiettivi militari sull'isola, evitando però deliberatamente le infrastrutture petrolifere. Un segnale chiaro: pressione sì, ma senza superare la linea rossa di una distruzione irreversibile del sistema energetico iraniano.

Intanto, la macchina militare americana si muove su larga scala. Oltre ai paracadutisti pronti al dispiegamento da Fort Bragg, la Marina ha inviato nel Golfo un gruppo anfibio guidato dalla USS Tripoli, con circa 4.500 uomini tra cui unità dei Marines. Un secondo gruppo navale, con la USS Boxer, è in arrivo da San Diego per rafforzare ulteriormente la presenza militare.

Sul terreno, però, la guerra ha già per gli Stati Uniti un costo umano significativo. Secondo fonti NBC, circa 290 soldati americani sono rimasti feriti dall'inizio del conflitto: la maggior parte è tornata in servizio, ma almeno 10 versano in condizioni gravi. I morti sono 15, due dei quali in circostanze non legate direttamente ai combattimenti.

Sul terreno, però, la guerra ha già un costo umano significativo. Secondo fonti NBC, circa 290 soldati americani sono rimasti feriti dall'inizio del conflitto: la maggior parte è tornata in servizio, ma almeno 10 versano in condizioni gravi. I morti sono 15, due dei quali in circostanze non legate direttamente ai combattimenti.

E mentre il fronte militare si scalda, la via diplomatica si incrina. Un alto funzionario iraniano aveva rivelato a Reuters che il Pakistan aveva trasmesso a Teheran una proposta americana per porre fine alla guerra, con Turchia e Pakistan indicati come possibili sedi dei colloqui.

Ora però arriva la risposta di Teheran, ed è una chiusura netta. Secondo una fonte politico-militare citata dall'emittente libanese Al Mayadeen, l'Iran ha respinto integralmente il piano statunitense composto da 15 punti. Il messaggio, trasmesso attraverso Islamabad, è chiaro: le condizioni avanzate dall'inviato speciale americano Steve Witkoff “non rientrano nelle priorità dell'Iran” e difficilmente lo diventeranno.

Una bocciatura che raffredda — se non azzera — le speranze di una soluzione negoziale nel breve periodo. E che riporta il confronto sul terreno più pericoloso: quello militare.

Due strade che fino a ieri sembravano parallele — escalation e diplomazia — ora divergono apertamente. Con il negoziato in stallo e le truppe già in movimento, il rischio concreto è che a decidere siano le armi.

Autore Antonio Gui
Categoria Esteri
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